ROMA ARTIGIANA

Attualità, storia e tradizioni dell'artigianato artistico

di Paola Staccioli e Stefano Nespoli

Premessa

Cenni storici sull'artigianato e le corporazioni

La Roma antica

Il Medioevo

Corporazioni e Confraternite

Verso il declino

Imparare un mestiere, ovvero "andare a bottega"

Il Museo Artistico Industriale

Il lavoro di bottega nei secoli scorsi

Vita da maestro

Vita da garzone

Alla scoperta dell'artigianato artistico

Gli artigiani del legno

Bottai, facocchi e tornitori

Il doratore

L'arte del vetro

La ceramica, lavorazione e restauro

La lavorazione dei metalli preziosi e comuni

Marmorari e mosaicisti

Altre attività

Storie di artigiani

La Ditta Lucenti, fonderia di campane

Giuseppe Lucci e Rodolfo Marchini, liutai

La Bottega Mortet, cesellatori

Modesto Zoppo, maestro intarsiatore, e i suoi discendenti

Orologiai per tradizione familiare

Domenico Agostinelli e il Museo dell'Artigianato Scomparso

Le vie artigiane

Il ricordo dei mestieri perduti

Attualità e prospettive dell'artigianato romano

Elenco delle corporazioni dal Medioevo all'Ottocento

Bibliografia essenziale

 

Premessa

Numerosi sono gli approcci possibili e validi con la realtà dell'artigianato romano - ricca di passato e di tradizione ma con un presente difficile, attraversato da una profonda crisi - così come molteplici sono le attività interne a questo mondo composto da mestieri perduti e ritrovati, ma soprattutto dalle mille storie di artigiani anziani ancora pieni di vitalità e di giovani non meno valenti.

Centrando l'attenzione sull'attualità e le tradizioni di attività in cui il confine fra artigianato ed arte è spesso molto labile, non vogliamo certo operare una scala di valore fra i differenti mestieri. Il motivo della scelta è un altro. Mentre infatti alcuni artigiani di "servizio" quali meccanici, idraulici, tappezzieri, falegnami ed altri riescono a sopravvivere, pur tra innumerevoli difficoltà, ed i mestieri volti alla creazione di oggetti di uso quotidiano sono invece necessariamente sopraffatti da una più efficiente produzione industriale, il settore dell'artigianato artistico, sostenuto da abili e tenaci superstiti rappresenta un patrimonio insostituibile ma a rischio di estinzione.

Intendiamo evitare due opposti ed ugualmente nefasti atteggiamenti: non vogliamo infatti indulgere nella nostalgia di un passato rimpianto o idealizzato, nella ricerca del tempo perduto, ma neanche avallare con il silenzio la cancellazione di radici storico-culturali tramandatesi nel tempo attraverso botteghe ed attività di cui si vanno oggi perdendo tracce.

Il necessario e positivo sviluppo delle tecnologie e della produzione industriale, che tra l'altro ha permesso una maggiore diffusione e fruibilità di oggetti di uso comune un tempo realizzati artigianalmente, non può e non deve distruggere affascinanti mestieri in cui l'abilità manuale rimane insostituibile, attualmente degradati anche a causa dell'abbandono, pressoché totale, in cui le istituzioni competenti li hanno lasciati per anni.

Non abbiamo la pretesa di proporre una storia ed un panorama completo dell'artigianato artistico romano, ma solo uno dei tanti itinerari possibili alla scoperta di questo affascinante mondo, che non deve essere considerato staticamente né relegato a mero fenomeno folcloristico. L’obiettivo di questo lavoro è dunque quello di far conoscere, in primo luogo alle giovani generazioni, una realtà complessa, ma anche di sollecitare chi ha la facoltà per intervenire nella salvaguardia del settore affinché venga finalmente raccolto il grido di allarme lanciato dai sapienti continuatori di una preziosa tradizione.

Cenni storici sull'artigianato e le corporazioni

Ripercorrere, sia pure per brevi note, la storia dell'artigianato a Roma è sicuramente un modo per avvicinarsi, più in generale, alle vicende economiche, politiche, religiose ma anche alla vita quotidiana della città di un tempo, particolarmente ricca di aneddoti, curiosità e tradizioni.

E' da notare che, nei secoli, numerosi termini sono stati usati per indicare le varie associazioni di mestiere, che esistevano fin dai tempi più remoti. Così può accedere di sentir parlare, spesso indifferentemente, di corporazioni, collegi, università, società, sodalizi, accademie, scuole o altro ancora.

La Roma antica

Pochi anni dopo la fondazione di Roma, da quanto è dato sapere, esistevano già almeno otto collegi che raggruppavano altrettanti tipi di attività: vasai, suonatori di tibia, orefici e argentieri, falegnami, tintori, fabbri, lavandai, fornai.

Sono fonti molto antiche - di alcuni secoli successive agli avvenimenti trattati - ad illustrare l'importanza di tali gruppi per il mantenimento dell'equilibrio sociale e politico. Attribuendo a Numa Pompilio la distribuzione del popolo in arti e mestieri, Plutarco affermava ad esempio: "Poiché la città era composta da due nazioni, o per meglio dire, separata in due partiti che non volevano in alcun modo unirsi, né far tacere quel dissenso che faceva nascere tra essi ogni giorno risse e contese interminabili. Egli pensò dunque che, come i corpi solidi non possono mescolarsi insieme quando sono interi, ma si uniscono più agevolmente quando sono sminuzzati o ridotti in polvere, facilitando l'unione la piccolezza delle parti, così era necessario dividere il popolo in tante piccole parti e creargli perciò degli interessi particolari."

Durante la Repubblica e, successivamente, ai tempi dell'Impero, l'artigianato ebbe alcuni periodi di notevole prosperità nel settore bellico, con la produzione di armi e armature, ed in quello civile, per l'accresciuta richiesta di beni di consumo. Particolarmente fiorente era anche l'edilizia, con le sue numerose specializzazioni artigiane: dai fabbri ai lignari, dai cementari agli arcuari e via dicendo.

La vita delle corporazioni fu invece segnata da alterne vicende. I collegi, osteggiati e soppressi numerose volte - in alcuni periodi rimasero in vita solo quelli, dei fabbri ad esempio, ritenuti necessari per esigenze di difesa - vennero ripristinati nel III secolo dopo Cristo. Posti sotto il diretto controllo dello Stato, avevano però perso la caratteristica di libere associazioni professionali, trasformandosi in strumento di coercizione nelle mani dell'imperatore.

Le regole divennero ferree - la partecipazione era ormai obbligatoria e vincolante - soprattutto per le corporazioni che si riteneva fossero produttrici di generi di primaria utilità (armi ovviamente, ma anche oggetti in metallo, calzature, tessuti). In alcune di esse si giunse persino, nei periodi di maggiore crisi, all'iscrizione coattiva dei soci: l'appartenenza ad un collegio era ormai divenuta una sorta di condanna.

Con la forza delle armi, ma anche con strumenti repressivi e coercitivi di vario tipo, gli imperatori cercavano dunque di arrestare il loro declino. Ma la storia, si sa, non può essere fermata.

 

Il Medioevo

Nel corso del Medioevo le corporazioni di arti e mestieri tornarono nuovamente a svolgere un ruolo di primaria importanza, che si accentuò ancor più nell'età comunale.

L'artigianato aveva assunto attorno all'anno Mille un notevole rilievo nell'economia, e già all'interno delle corti si erano costituite alcune associazioni di artigiani. Si formò così una nuova classe sociale, la borghesia artigianale, che si inserì tra la nobiltà feudale e le popolazioni rurali e che andò ben presto differenziandosi anche al suo interno.

Nel periodo della nascita dei Comuni, caratterizzato da una ricca attività manifatturiera e commerciale e dalla ricerca di nuovi mercati, lo scopo principale delle corporazioni rimaneva quello di garantire gli interessi economici dei propri affiliati. Ben presto però i rettori dei sodalizi si resero conto che per svolgere appieno questo ruolo dovevano amministrare direttamente la cosa pubblica, trasformarsi cioè in organi di governo. Assunsero così una posizione fondamentale nelle nuove costituzione cittadine, e in molti casi divennero essi stessi consoli del Comune.

Ma le peculiarità di Roma, dove tra l'altro convivevano l'autorità temporale della Chiesa ed il potere della nobiltà locale, limitarono - a differenza di altre città italiane - l'influenza politica delle corporazioni di arti e mestieri ad un breve periodo. Soltanto alla seconda metà del XIII secolo, quando divenne senatore il bolognese Brancaleone degli Andalò, le corporazioni fecero infatti il loro ingresso nella vita politica. Nel 1255 nacque la Mercanzia, dove si fondevano gruppi di artigiani e di persone che esercitavano l'"arte" del commercio, i cui consoli si stabilirono sul Campidoglio assumendo un ruolo di primo piano nel governo della città.

Ancora oggi sul colle è possibile trovare traccia di iscrizioni e simboli che ricordano l'ubicazione di alcuni sodalizi: quattro sono situati lungo la parete sinistra della gradinata che conduce al portico del Vignola (albergatori, muratori, fornai, sarti), altri sei sotto il portico del palazzo dei Conservatori (speziali, fondacali, macellai, falegnami, osti, fabbri).

Formalmente le decisioni all'interno delle differenti Università (così chiamate perché raccoglievano l'intero "universo" di coloro che esercitavano una stessa professione) erano prese in modo assembleare, e la totalità degli associati aveva la facoltà di eleggere gli "officiali". Non tutte le arti avevano però accesso al colle. Quella dell'epoca non era certo una società imperniata sull'uguaglianza!

La preponderante potenza economica acquisita dalle arti maggiori le portò dunque ben presto a conquistare una notevole supremazia rispetto a quelle minori.

Corporazioni e Confraternite

La mancanza di coesione, che sfociò talvolta in contrasti e lotte aperte tra arti maggiori e minori, creò i presupposti per la fine del potere politico delle corporazioni. Dopo essersi in un primo tempo serviti dei sodalizi economici per accrescere la propria autorità, signori e principi ne relegarono ben presto l'influenza in un ambito puramente economico ed amministrativo, anche se i privilegi acquisiti dalle Università in età comunale rimasero più o meno invariati fino al Settecento.

Nella prima metà del Quattrocento il ristabilimento dell'autorità temporale dei papi, ponendo un freno agli sconvolgimenti politici che avevano caratterizzato il periodo precedente, ridusse ancor più il potere della Mercanzia.

La situazione della città non era allora delle più rosee. Tra prevaricazioni ed ingiustizie, pestilenze e carestie, brevi riprese e nuove crisi - la popolazione nella Roma della fine del XV secolo e degli inizi del successivo era ridotta a circa 40-50 mila unità - iniziarono la rinascita e lo sviluppo urbanistico, che nel corso del Cinquecento procedettero a passi da gigante.

Si ebbe così un boom della produzione e del commercio di prodotti di lusso. La continua gara dei nobili per tenere il passo con l'aumento dello sfarzo esteriore di Roma portò le differenti famiglie a ristrutturare sontuosamente le proprie abitazioni arricchendole di colonne, ori e stucchi. Nacquero pure nuove tipologie di mobili mentre l'arredamento, prima basato su criteri di funzionalità, divenne anch'esso fastoso: tavoli, armadi, credenze, sedie, panche, furono arricchite di decorazioni realizzate da valenti ebanisti e doratori. Sotto il pontificato di Sisto V si intensificò inoltre la produzione della lana, della seta, dei velluti: la moda e l'eleganza nell'abbigliamento avevano infatti assunto un ruolo di primaria importanza per la nobiltà dell'epoca.

La "mania di grandezza" imperante a Roma dava comunque i suoi frutti dal punto di vista artistico. Nella città, tra la fine del Quattrocento ed il secolo successivo, misero piede ed operarono i più grandi artisti dell'epoca quali, tra gli altri, Donatello, Andrea e Jacopo Sansovino, il Pollaiolo, Raffaello, Bramante, Michelangelo. La magnificenza e lo splendore delle loro opere è però anche frutto del contributo di una schiera di sconosciuti garzoni e maestri romani - quali scalpellini, argentieri, decoratori - che spesso lavorarono in cambio di compensi bassissimi.

In una città come Roma, capitale dello Stato Pontificio e centro del cattolicesimo, la componente religiosa svolgeva ovviamente un ruolo di primaria importanza in tutti gli aspetti della vita quotidiana, e quindi anche nelle corporazioni. Lo spirito religioso emerge chiaramente dalla lettura degli Statuti, tutti solennemente redatti in nome di Dio, Gesù Cristo, la Vergine ed i Santi. Ciascuna Università aveva il proprio cardinale protettore (figura prestigiosa incaricata di difendere in alto loco gli interessi degli artieri), un santo patrono (scelto in genere perché in vita era in qualche modo collegato, oppure aveva direttamente svolto un'attività analoga a quella del sodalizio), ed una chiesa (cui spesso erano annessi un oratorio ed un ospedale), dove i membri della corporazione si riunivano per assistere alle funzioni religiose ma anche per trattare gli affari.

La reggenza delle strutture di culto e di beneficenza era affidata alle Confraternite, aggregazioni di fedeli abilitate con apposito provvedimento pontificio. Tutte le maggiori Università avevano un proprio sodalizio religioso, ma le due istituzioni erano tra di loro gerarchicamente ed amministrativamente indipendenti. Per poter accedere alla Confraternita, oltre ad appartenere alla relativa arte, bisognava tenere una condotta morale ineccepibile ed aver compiuto i venti anni di età.

Gli obblighi religiosi per i membri delle Università erano particolarmente rigidi: ognuno infatti doveva assistere, con frequenza stabilita, alle funzioni religiose e confessarsi almeno due, tre volte l'anno. Severe multe erano minacciate per i trasgressori, che venivano individuati attraverso l'apposizione di firme su un registro situato all'ingresso della Chiesa, ma certo non doveva essere facile controllare l'autenticità delle calligrafie!

Anche se l'esempio che proveniva dalle alte sfere nobiliari ed ecclesiastiche non era dei migliori (cortigiane e concubine erano di norma presenti nei palazzi del potere), alla popolazione veniva dunque richiesto un ferreo rispetto della moralità: osti ed albergatori non potevano ad esempio favorire incontri "particolari" né incoraggiare il gioco, e la bestemmia era punita con pesanti ammende, fustigazione e "tratti di corda". La prescrizione rimaneva però spesso lettera morta; nella Roma dei papi, si sa, le leggi venivano rispettate ben poco!

Anche le cerimonie più propriamente religiose scadevano talvolta in puro e semplice fenomeno folcloristico. E' il caso di una tradizione particolarmente diffusa, quella delle processioni che ogni corporazione organizzava in concomitanza con particolari festività. La principale, la cui importanza andò crescendo nel Tre-Quattrocento, si svolgeva il 15 agosto in onore del SS. Salvatore, ed era una sorta di festa del lavoro ante litteram alla quale partecipava la maggioranza delle Università.

La celebrazione iniziò però a creare, con il passare del tempo, sempre maggiori problemi di ordine pubblico. Gli incidenti e le liti che si accendevano per questioni di precedenza spinsero quindi i vari pontefici dapprima a stabilire l'ordine con cui dovevano sfilare le Università, poi, visto il ripetersi dei disordini, alla totale soppressione della cerimonia nel 1565.

La grandiosità delle principali celebrazioni dei singoli sodalizi, che si svolgevano in corrispondenza della festività del santo patrono, era direttamente proporzionale alla potenza della corporazione o della Confraternita che le organizzava. In tale ricorrenza molte associazioni potevano anche esercitare un importante privilegio: quello della liberazione di un condannato, pure alla pena capitale. Questa singolare prerogativa era loro concessa dalle autorità quale riconoscimento per l'attività svolta in campo economico e spirituale. Potevano essere liberati persino gli omicidi purché fossero stati precedentemente perdonati dai parenti della vittima ma anche, in genere, purché... la famiglia del reo avesse la possibilità di versare una cospicua elargizione nelle casse dell'associazione. Fra i personaggi celebri scampati al boia figura anche Benvenuto Cellini, salvatosi grazie all'intercessione dell'Università dei macellari. Nella Roma del Cinque-Seicento molte Università ebbero questo privilegio: la facilità con cui esso veniva accordato era più o meno la stessa con cui si distribuivano le condanne a morte!

Verso il declino

Dal XV al XVIII secolo, mentre il numero delle Università andava moltiplicandosi - soprattutto per le continue divisioni interne che portavano alla nascita di corpi comprendenti categorie sempre più ristrette e specializzate - la loro importanza subiva un progressivo ridimensionamento. L'affermarsi del modo di produzione capitalistico, con lo sviluppo delle forze produttive e con l'espansione dei mercati rendeva sempre più obsoleto l'ormai consolidato sistema protezionistico. Le Università, con i propri statuti, i loro rigidi regolamenti interni e le innumerevoli limitazioni costituivano quindi un ostacolo anziché uno stimolo per le nuove imprese ed il progresso economico.

Le teorie liberiste conquistarono dunque anche Pio VII, che istituì la Congregazione ecumenica proprio con lo scopo di riorganizzare l'economia pubblica. In un breve arco di tempo (1800-1801) emanò inoltre una serie di decreti volti a sopprimere quasi tutte le Università, i loro statuti e privilegi, mantenendo soltanto il diritto di riunione, nelle chiese, per le pratiche religiose e di beneficenza. Da questa ondata innovatrice vennero tenuti fuori quei sodalizi ritenuti utili per la salute, la fede, la sicurezza pubblica.

La soppressione delle corporazioni lasciò un vuoto organizzativo, soprattutto tra gli aderenti alle arti meno potenti, che venne in seguito colmato con la costituzione di associazioni ben più adeguate ai tempi quali le prime leghe e Società di mutuo soccorso dell'allora nascente movimento operaio.

Visti gli scarsi risultati, andò gradualmente diminuendo la fiducia che Pio VII aveva riposto nei confronti del liberismo, che precedentemente gli era sembrato adatto per la risoluzione di ogni problema. Così, tra dubbi e contraddizioni, vennero via via ripristinati il collegio dei fabbricanti di drappi, l'Università dei barbieri, quella dei maestri calzolai, mentre nel 1831 nasceva a Roma la Camera di commercio.

Nel 1852 infine Pio IX abolì totalmente gli effetti dei provvedimenti di soppressione delle corporazioni, sperando di rafforzare il vacillante potere temporale con un riavvicinamento alla chiesa delle forze del lavoro.

L'efficacia delle sue iniziative fu però scarsissima: le Università, organismi ormai divenuti anacronistici, non avevano più ragione di esistere. Le poche che si ricostituirono scomparvero quasi completamente con l'applicazione della legge del 17 luglio 1890 sulle opere pie di pubblica beneficenza, con la quale i beni delle Confraternite e delle congregazioni religiose vennero incamerati dallo Stato.

Significativa è la presa di posizione di Francesco Crispi sull'argomento, contenuta in una relazione ministeriale del 18 febbraio 1890: "Non perderò molte parole riguardo alle Confraternite e alle istituzioni consimili. Non si può riconoscere un carattere di utilità pubblica in enti che, salvo poche eccezioni, hanno per fine lo spettacolo di funzioni religiose, causa ed effetto di fanatismo ed ignoranza, di regolare il diritto di precedenza nelle processioni; di difendere le prerogative di un'immagine contro un'altra; di stabilire il modo e l'ora delle funzioni; di regolare il suono delle campane, lo sparo dei mortaretti e via dicendo. Sono continui e gravi gli inconvenienti di ordine morale, politico e sociale a cui esse danno luogo nell'esercizio della propria azione. Sono in una parola più dannose che utili alla società".

Le corporazioni professionali tornarono ad essere considerate "pilastro dell'economia" durante il ventennio fascista, quando l'esaltazione della grandezza dell'Impero romano si concretizzò anche in una parodia delle sue istituzioni. In un discorso degli inizi degli anni Trenta il duce dichiarava: "Le Corporazioni sono lo strumento con il quale lo Stato attua la sua disciplina integrale, organica, unitaria delle forze produttive, in vista dello sviluppo della ricchezza, della potenza politica e del benessere del popolo italiano". Una profonda umiliazione per Roma e le sue tradizioni.

 

Imparare un mestiere, ovvero "andare a bottega"

Nel corso dei secoli numerose istituzioni si sono affiancate alle botteghe nella formazione dei giovani artigiani. Alcune di esse hanno però svolto anche un importante ruolo nella vita della città, come l'Ospizio apostolico del S. Michele, fondato nel 1582 da Leonardo Carusi o Cerusi - detto il Letterato - con lo scopo di raccogliere dalla strada i ragazzi orfani o indigenti e di istruirli alle arti applicate.

Lo "spedale dei fanciulli spersi", che nacque con la benedizione dell'allora pontefice Innocenzo XI, ebbe la sua prima sede negli edifici di Ripa Grande sul Tevere, e divenne poi "Ospizio apostolico dei poveri invalidi" nel 1695 con Bolla pontificia di Innocenzo XII. I ricoverati, mendicanti giovani e vecchi, vi svolgevano diverse attività, ma dovevano devolvere il ricavato del loro lavoro per il mantenimento della struttura. Una parte di essa venne poi destinata a casa di correzione e prese il nome di "S. Michele dei cattivi": al suo interno furono allestiti laboratori artigianali, dove si producevano pregevoli manufatti. Lo sfruttamento della manodopera a costo zero e senza alcun limite di orario, pur andando a discapito dei reclusi, favoriva però il conseguimento di buoni risultati artistici e tecnici.

Fra le attività più importanti che hanno caratterizzato la vita dell'ospizio va ricordato in primo luogo il laboratorio di arazzi, che raccolse l'eredità dell'arazzeria Barberini: la qualità di lavorazione era talmente elevata da far paragonare i prodotti del S. Michele ai più famosi gobelins francesi e da farli scegliere da pontefici e nobili quali doni per personaggi illustri. In questa scuola-laboratorio, fondata su incarico di Clemente XI - secondo alcune fonti da Demignot secondo altre da Simonet - furono prodotti gli arazzi della cappella Sistina e di quella Paolina, ma anche quelli raffiguranti la storia di Roma presso il Palazzo dei Conservatori.

Nei primi anni del XVIII secolo vennero allestite pure officine per la lavorazione del ferro, per la formazione di calzolai, falegnami, cappellai, calzettai e, nell'ala femminile, laboratori di ricamo in bianco, a colori e in oro, biancheria, sartoria, stiro, maglieria. Da un documento del 1726 sembra che l'attività del lanificio annesso all'ospizio fosse molto importante per l'economia di Roma, perché commissionava anche lavoro esterno impiegando circa duemila donne e più di cento uomini.

I giovani "recuperati" non dovevano però essere molti, malgrado i buoni propositi, se il cardinale Tosti, chiamato nel 1829 da Pio VIII a dirigere l'istituto, arrivava ad affermare: "I capi d'arte più non servono allo strettissimo obbligo di ammaestrare rettamente i giovani con vantaggio, trascurando l'istruzione degli alunni, o al più applicandoli a lavori usuali e grossolani. Sicché all'uscire di questo paterno ricovero non erano sicuri di trovarsi un onesto sostentamento per mancanza di sufficiente abilità."

Nel XIX secolo i laboratori all'interno del S. Michele si moltiplicarono, e l'insegnamento delle varie discipline fu affidato ai più importanti artigiani dell'epoca. La tipografia aveva il monopolio per la stampa dei libri di testo nelle scuole; l'officina di zincografia e di fotoincisione guadagnava numerosi riconoscimenti in molte esposizioni; il laboratorio di ebanisteria - affidato a Luca Seri - realizzò i mobili per la Real casa ed altri importanti arredi, ma la produzione decadde durante la prima guerra mondiale, quando furono fabbricate eliche per aeroplani; la fonderia, creata nel 1822, lavorò tra l'altro per la fusione del monumento a Vittorio Emanuele II (per la quale occorsero ben diciotto mesi!) e per la statua al presidente degli Stati Uniti Lincoln. Vale la pena ricordare anche l'officina di intaglio del marmo, attrezzatissima, affidata allo scultore Adamo Tadolini, quella di vetrate artistiche diretta da Cesare Picchiarini, il laboratorio di cuoio bulinato e legatoria guidato dal Ricci, i corsi di disegno, architettura, decorazione e ornato, prospettiva e figura tenuti da Rodolfo Villani.

 

Il Museo Artistico Industriale

Nel 1926 fu tentata la fusione fra l'ospizio del S. Michele ed un'altra scuola romana, il Museo Artistico Industriale. Nella sua pur breve storia - fondato nel 1874, esaurì il proprio ruolo attorno agli anni '40 di questo secolo - l'istituto ha svolto una funzione molto importante nella formazione di operatori qualificati nel settore delle arti applicate. Insieme alla Scuola Superiore d'Arte Applicata all'Industria di Venezia - nata nel 1873 - fu infatti il primo ente dell'Italia post-unitaria finalizzato alla promozione e allo sviluppo artistico ed industriale.

Il Museo nacque nei locali del convento di S. Lorenzo in Lucina - su idea del principe Baldassarre Odescalchi e dell'orafo Augusto Castellani - come raccolta di manufatti dall'antichità al XVIII secolo, e proprio lo studio dei motivi classici venne posto al centro della didattica quale base per la realizzazione di oggetti di qualità da immettere nel ciclo industriale ma anche per la formazione del gusto artistico degli operai produttivi. La contemporaneità fra teoria e sperimentazione - affiancata da una costante collaborazione tra scuole e musei - caratterizzò sempre la storia della struttura.

L'istituto non fu però nelle grazie dei governanti, tanto che pesanti problemi economici accompagnarono perennemente la sua esistenza. A soli due anni dalla nascita, nel 1876, il Museo si trasferì nelle soffitte del Collegio Romano, dato che i locali precedentemente occupati erano stati destinati a caserma dei Carabinieri. Nella nuova sede vennero istituiti i primi tre corsi d'arte: applicazione dello smalto ai metalli (diretto da G. Villa), modellazione in cera (da G. Gagliardi), pittura decorativa (da D. Bruschi). Sempre nello stesso anno iniziò un corso libero di storia dell'arte tenuto la domenica mattina dall'allora segretario del Museo Raffaele Erculei. Nelle scuole dell'istituto si formarono numerosi artisti-artigiani quali Giuseppe Cellini, Duilio Cambellotti, Alberto Grandi, Adolfo De Carolis, i quali divennero in seguito docenti delle varie officine.

I lavori degli allievi venivano spesso messi in mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma e premiati anche alle grandi rassegne nazionali ed europee degli inizi del secolo. Ma ai momenti di gloria si alternavano quelli di profonda crisi, soprattutto economica, che costringevano il museo e le sue scuole a continui trasferimenti, durante i quali le raccolte rischiavano di smembrarsi.

Va segnalato, agli albori del Novecento, l'impegno dei rettori per tenere la didattica al passo con i tempi e superare l'obsoleto classicismo che permeava la scuola. Si iniziò a tendere alla formazione di artigiani specializzati, pronti per essere inseriti nella fiorente industria edilizia. Con questo obiettivo vennero istituiti corsi per marmorari, stuccatori, intagliatori del legno ma anche lezioni di geometria grafica con nozioni di architettura. Ceramica e pittura su vetro, oreficeria, disegno applicato alle arti industriali, figura decorativa, storia dell'arte applicata all'industria completano il quadro degli insegnamenti svolti nella scuola. La crisi si acuì nel 1926, quando fu tentata la costituzione di un unico organismo, dove si volevano far confluire le esperienze dell'Ospizio del S. Michele, del Regio Istituto Nazionale Industriale Professionale con sede in via Conte Verde - l'attuale Istituto Tecnico Industriale G. Galilei - e del Museo Artistico Industriale. La conseguenza immediata fu lo smembramento degli insegnamenti del Museo tra la sede del S. Michele e quella del Regio Istituto. Soltanto alcuni anni dopo Roberto Papini, commissario del Museo, tentò il rilancio delle sue scuole cambiando i programmi di studio, bandendo definitivamente gli stili classici e ponendo l'architettura funzionale e razionale alla base della didattica. Ma l'endemica mancanza di stanziamenti e le temporanee chiusure impedivano ormai persino la conclusione dei corsi.

Sotto la direzione di Giulio Carlo Argan (1941-43) venne introdotto anche un corso per aiuto-architetti: l'esperienza dell'Istituto si stava però avviando alla sua conclusione. Nel dopoguerra infatti le strade del Museo e quella delle scuole si divisero: le raccolte furono disperse tra Palazzo Barberini, Palazzo Venezia ed i magazzini del Comune di Roma, mentre dalle scuole nasceranno gli attuali istituti statali d'arte.

Il lavoro di bottega nei secoli passati

Vita da maestro

Il lavoro svolto dai maestri aderenti ai vari sodalizi formatisi, nel tempo, in seguito alle "scissioni" della Mercanzia - che alla metà del XIII secolo raccoglieva l'insieme degli artigiani e commercianti - venne sempre sottoposto ad un rigido controllo, o forse è meglio dire che così era previsto dalla legge.

La regolamentazione delle varie attività spettava ad una apposita magistratura, costituita nell'ambito di ciascuna Università, che si occupava tra l'altro di difendere i diritti degli associati nei confronti di chi esercitava abusivamente il mestiere ma anche rispetto alle arti rivali. I magistrati delle corporazioni si interessarono inoltre della vita interna del proprio sodalizio, avendo la facoltà di infliggere pene - e assai frequentemente si avvalsero di questo potere - a quegli affiliati che non rispettassero gli obblighi statutari.

Gli statuti impegnavano ad esempio i tintori ad utilizzare unicamente colori di ottima qualità; i parrucchieri a servirsi soltanto di capelli veri e a non usare mai crini di cavallo per la realizzazione delle parrucche; i materassai a confezionare i loro prodotti solo con la lana che gli veniva consegnata, senza aggiungervene altra di qualità inferiore; i conciatori a lavorare esclusivamente con pelli nuove e così via. Per lo più le pene erano pecuniarie - si poteva però arrivare alla chiusura della bottega ed al sequestro della merce - ma qualche volta venivano inflitte anche punizioni corporali: colpi di frusta, tratti di corda e messa alla berlina.

Nel 1691 due pizzicaroli accusati di aver confezionato mortadella con carne di cavallo furono condotti in giro per Roma, in groppa ad un asino, con alcune salsicce legate al collo ed un cartello, appeso dietro la schiena, che indicava il reato commesso. Una buona dose di frustate e di torture varie, oltre all'espulsione dal territorio dello Stato Pontificio, completavano la pena. Migliore sorte toccava ai sarti che confezionavano malamente un capo di abbigliamento o si appropriavano di un po' di tessuto del cliente. Dovevano infatti "solo" pagare pesanti multe e rimborsare il valore della stoffa. I "capi difettosi" erano poi messi in vendita al miglior offerente sulla piazza del Campidoglio: al malcapitato sarto si offriva dunque un'occasione per recuperare qualche soldo, mentre ad alcuni fortunati popolani quella di concludere un buon affare! Non tutte le norme statutarie venivano però fatte rispettare alla lettera dai magistrati i quali - giova ricordarlo - erano eletti dagli stessi membri delle corporazioni, compresi i "potenziali imputati": la riconferma delle cariche avrebbe quindi potuto essere compromessa da inimicizie e diffidenze generate da condanne troppo severe.

Anche i rapporti tra le botteghe che praticavano la stessa attività erano regolati da norme statutarie. Per impedire la concorrenza si stabiliva - ma solo nel caso di alcune attività, perché altre, al contrario, vennero concentrate - una distanza minima fra i "rivali" di cento, centoventi metri. Con lo scopo di evitare "monopoli" inoltre, tranne rare eccezioni, era vietato possedere contemporaneamente più di una bottega dello stesso genere.

La normativa prevedeva anche una sorta di copyright sulle insegne dei laboratori, di cui erano severamente proibite copie ed imitazioni. In genere sulle targhe venivano disegnati appariscenti simboli che indicavano l'attività svolta: cappelli rossi da cardinale e neri da prete indicavano la bottega di un cappellaio, grosse mani quella di un guantaio, galli e soli una locanda, una frasca distingueva le taverne, un paio di forbici i laboratori di sartoria e via dicendo.

Nella realtà comunque non sempre tutto "filava liscio", come invece potrebbe apparire leggendo queste simpatiche note di colore: la storia dell'artigianato, infatti, non è composta, nei secoli, soltanto da idilliaci rapporti tra maestri e discepoli oppure da botteghe dove operosità e ingegno si sono coniugate felicemente con continuità.

Vita da garzone

A partire dal Medioevo, per esercitare qualsiasi professione o arte - commerciale oppure artigianale - bisognava essere iscritti alla relativa corporazione. Accedervi non era però un'impresa facile. Per essere ammessi all'esame che consentiva di diventare maestro bisognava infatti aver svolto in primo luogo un lungo tirocinio, da garzone prima e da lavorante poi.

La "carriera" di un apprendista artigiano cominciava in genere tra i dodici e i quindici anni, quando i genitori decidevano di affidare il giovane alle dipendenze di un maestro, con il quale spesso stipulavano un regolare contratto. La durata del tirocinio variava da un mestiere all'altro (lo statuto dei vermicellari prevedeva due anni, quello dei droghieri addirittura dieci); in ogni caso però non si poteva accedere alla carica di maestro prima dei venti, venticinque anni di età.

La vita del garzone o del lavorante in questo periodo non era sempre delle più rosee! Una volta che l'adolescente era stato "ceduto" dalla propria famiglia, il maestro faceva praticamente le veci del padre. Approntava quindi un letto nel retrobottega, divideva con il ragazzo il cibo, curava la sua educazione e l'istruzione, insegnandogli soprattutto a far bene i conti, requisito necessario per un bravo garzone. Da "buon" padre, il maestro si sentiva anche in diritto di menare le mani ogni qual volta lo ritenesse necessario. Le cronache dell'epoca ci riferiscono numerosi soprusi ed atti di violenza di cui erano vittime i giovani apprendisti.

Benvenuto Cellini, oltre ad essere un valente artista, fu anche particolarmente esperto in materia: nell'autobiografia racconta infatti con un certo orgoglio i maltrattamenti inflitti ai lavoranti, tanto che ad un certo punto ne indusse uno a fuggire dalla bottega. Le norme che regolavano la vita interna delle corporazioni erano però rigide al punto da vietare di assumere quegli apprendisti che si fossero allontanati, senza consenso, dal loro precedente padrone. Il malcapitato fu quindi costretto a tornare indietro e ricominciare il calvario!

La mercede dei lavoranti, che in genere corrispondeva al denaro necessario per il vestiario, e la durata della giornata lavorativa (quasi sempre dall'alba al tramonto) venivano regolate dagli statuti. Non era consentito il lavoro notturno o festivo, tranne che in casi eccezionali, non sempre però di breve durata. Nella "fabbrica di S. Pietro" ad esempio la norma fu spesso disattesa; nel 1549 Michelangelo si rivolse direttamente a Paolo III chiedendo l'assoluzione per aver lavorato e fatto lavorare gli operai anche di domenica, mentre quarant'anni più tardi, tra il 1589 e il 1590, ben 800 operai vennero impiegati senza tenere la regola in alcun conto.

Nel 1675 lo statuto della corporazione dei cappellai stabiliva che il salario degli apprendisti dovesse essere pagato il sabato, e che "per i prestiti fatti dai maestri ai lavoranti fino alla concorrenza di quattro scudi, abbia valore di prova il libro del maestro, purché sottoscritto dal lavorante debitore". Capitava però anche che i giovani, accumulando debiti impossibili da estinguere, dovessero rimanere legati a vita al proprio padrone.

Sfuggire alle dure regole dell'apprendistato era praticamente impossibile: nei secoli XVI e XVII, è vero, sorsero alcune scuole per consentire ai giovani di imparare il mestiere fuori dalle botteghe. Anche in questo caso però non tutti avevano le stesse opportunità di ingresso: accanto a strutture nate con scopi caritatevoli, gli istituti erano infatti quasi sempre emanazioni dirette delle corporazioni stesse, che vi facevano quindi entrare - inutile dirlo - i figli dei propri aderenti.

Dopo aver sostenuto il lungo tirocinio, chi era in possesso di requisiti di moralità, buona condotta e fede religiosa poteva finalmente accedere al grado di maestro. A volte però il sacrificio di anni, le angherie subite, le capacità acquisite non erano sufficienti per entrare a far parte della categoria e poter aprire una propria bottega. Oltre ad essere sottoposti ad un esame tecnico, i futuri maestri dovevano infatti versare nelle casse della corporazione una somma, variabile a seconda dell'importanza economica del sodalizio. Tutti coloro che non possedevano beni immobili, non potendo addurre garanzie di solvibilità, dovevano pagare cauzioni che arrivavano fino a 500 scudi! Chiaramente i "soliti privilegiati", ovvero i figli dei maestri, venivano agevolati in questa trafila, ed in qualche caso la carica era persino ereditaria. Le donne potevano accedere solo a poche Università (ortolani, pescatori, tessili, sarti, calzettari, barbieri), mentre i forestieri dovevano pagare tasse di ammissione più alte.

Alla scoperta dell'artigianato artistico

Nel cuore della vecchia Roma resistono ancora, qua e là, alcune rare isole fuori dal tempo. Colpisce ad esempio la zona di via dei Cappellari che, ignara del caos che la circonda, conserva l'atmosfera di una città più piccola, dove gli artigiani lavorano ancora in strada ed i rumori - voci umane, martelli ed altri semplici attrezzi - non sono quelli di una metropoli sommersa dai clacson.

Si tratta di oasi affascinanti, in una zona che sta però velocemente cambiando volto. I dati parlano chiaro. In circa 10 anni le attività artigianali nel centro storico si sono dimezzate. Pressione fiscale, espulsione delle vecchie botteghe magari a vantaggio di jeanserie, mancanza di adeguati fondi ed interventi per la salvaguardia del settore ma anche di incentivi per i giovani - e quindi di ricambio generazionale - e, soprattutto, ferree leggi di mercato, hanno fatto precipitare l'artigianato in una profonda crisi, dirottando i consumi verso i più convenienti prodotti industriali.

Il ricordo di antichi mestieri artigiani è ancora vivo nei toponimi di alcune strade, ma i superstiti sono rari: numerose attività sono già scomparse, altre seguiranno entro breve la stessa sorte. Le botteghe di doratori, ceramisti, intagliatori, tornitori, tanto per fare qualche esempio, diminuiscono sempre più. Le poche rimaste sono attive soprattutto nei rioni storici della città, da Trastevere a Borgo, ma alcune strade, in particolare, mantengono una forte concentrazione artigianale. Così ad esempio il rione Ponte, in via dell'Orso e nelle vie adiacenti, il rione Monti tra via del Boschetto e via Baccina, oppure i dintorni di via del Pellegrino. In queste zone si trovano ancora, tra le altre, vecchie e nuove botteghe dedicate all'arte della ceramica e del vetro, numerosi artigiani-artisti del legno, tessitori e legatori d'arte, cesellatori, mosaicisti ma anche singolari laboratori dove vengono realizzate maschere per teatro oppure restaurate bambole o vecchi lampadari.

A non demordere sono soprattutto gli artigiani più anziani, nelle loro botteghe immutabili negli anni e sempre stracolme di attrezzi e materiali appesi alle pareti o sparsi ovunque, sommerse da un accumulo di lavori da eseguire ma anche da cianfrusaglie di ogni tipo. Pervase spesso da forti odori, di colle animali o di altri materiali antichi miscelati grazie ad un'alchimia sconosciuta ai più giovani, sono certo poco accoglienti per gli estranei, nel loro apparente caos e nell'assenza di ogni, sia pur minimo, comfort. A guardar bene però non manca l'essenziale, e gli artigiani vi trascorrono l'intera giornata districandosi alla perfezione nel "calcolato" disordine.

Una caratteristica di chi ha una propria bottega è quella di non avere orari fissi di lavoro; se c'è una consegna urgente da fare si può rimanere nel laboratorio pure a tarda sera o persino di domenica. Il locale rappresenta per l'artigiano il fulcro intorno a cui ruota la sua vita, composta di giornate scandite da abitudini consolidate e ripetute nel tempo, che in alcuni casi comprendono anche una rituale e consueta sfida a carte con i vicini.... in quei momenti non c'è cliente che possa distrarre i giocatori, i malcapitati dovranno probabilmente aspettare la conclusione della partita!

Spesso schivi e di poche parole, perché abituati a trascorrere, magari da decine di anni, intere giornate solitarie, questi tenaci continuatori di tecniche antiche si lasciano però facilmente convincere, rotta la iniziale diffidenza, ad illustrare i procedimenti del loro lavoro. Ma in alcuni casi la spiegazione non dura che pochi minuti, scarna e priva di passaggi essenziali per chi è a digiuno della materia. Chi esercita da decenni un mestiere considera infatti ovvie le nozioni basilari; gli sembra quasi impossibile che qualcuno non le conosca. Ma appena si comprende che in genere l'"iniziazione" non può avvenire verbalmente, perché questi artigiani "parlano" soprattutto attraverso l'abilità delle loro mani e i prodotti del loro lavoro, si è pronti per intraprendere il viaggio!

Un po' tutti dovremmo forse riflettere di più su questa realtà; per farlo abbiamo però bisogno in primo luogo di conoscerla meglio. Per questo consigliamo una passeggiata per i rioni a forte concentrazione artigiana, dove i più potranno persino scoprire mestieri di cui ignoravano l'esistenza. Presi dalla routine quotidiana, spesso non abbiamo neanche voglia o tempo per gettare uno sguardo, sia pure veloce, dentro una bottega. L'avvicinamento con questo mondo, particolare e vivo perché fatto di mille storie di artigiani, giovani e anziani, regalerà quindi piacevoli sorprese.

Ogni rione o vecchio quartiere ha le sue figure "storiche", artigiani con un numero considerevole di anni di esperienza alle spalle. Alcuni sono contenti di raccontarla, come il restauratore di mobili forse più esperto del rione Monti, il maestro Aldo, che accoglie da sempre i clienti nella sua immutabile tenuta, camice vissuto ed immancabile scoppoletta. Fiero e geloso dei numerosi attrezzi da lavoro accumulatinel tempo, molti dei quali vecchi ma ancora perfettamente funzionanti, è sempre pronto, come un prestigiatore che estrae il coniglio dal cappello, a stupire l'interlocutore con uno dei suoi mille "segreti". Quarantacinque anni di lavoro e un mestiere tramandatosi in famiglia da alcune generazioni non sono cosa di poco conto!

Gli artigiani del legno

Fra i numerosi mestieri legati al legno alcuni hanno un fascino veramente singolare, tanto che si passerebbero ore intere ad osservare gli artigiani al lavoro. E' ad esempio difficile staccare lo sguardo dalle mani ferme e sicure di un intagliatore quando, con l'ausilio delle sgorbie - appositi scalpelli sagomati - e di pochi altri semplici strumenti, realizza decorazioni di ogni tipo, incidendo e scavando il legno fino a fargli assumere le forme desiderate. I più abili, oltre a ricostruire fregi, parti mancanti di cornici, cimase e specchiere sono persino in grado, da veri e propri artisti, di creare putti, statue e sculture in genere.

L'intaglio viene eseguito sulla base di un disegno prestabilito, creato dall'artigiano stesso oppure commissionatogli. Una volta preparato il legno si inizia con la fase della sbozzatura finché, quando i volumi hanno raggiunto il livello voluto, si passa alla rifinitura. Gli strumenti usati nell'intaglio eseguito manualmente, scalpelli e sgorbie, sono gli stessi da secoli: lo sviluppo tecnologico si è limitato a migliorare la qualità delle lame e a prolungarne la durata. Già alla metà dell'Ottocento però numerosi lavori venivano realizzati meccanicamente.

Divertenti storie di intagliatori dei secoli passati, tratte da fondi d'archivio, ci vengono riferite da A. Bertolotti nei suoi studi dedicati ad artisti ed artigiani "forestieri" - in parte provenienti da altri Stati italiani - che lavorarono a Roma, potente centro di attrazione in quanto fulcro della cristianità e sede della Corte papale. Si tratta principalmente di testimonianze processuali, liti, denunce, contratti di lavoro: i documenti relativi alla vita quotidiana delle popolazioni dei secoli scorsi giunti sino a noi sono infatti per lo più circoscritti ai "contatti" che esse avevano con le varie istituzioni.

Veniamo così a conoscere nei particolari le traversie di molti artigiani, come quelle di un tal Camillo Midei, intagliatore in legno a S. Caterina de' Funari, che nell'agosto del 1698 fu insultato, minacciato con la spada ed infine preso pure a piattonate dal principe di Scavolino, per non essere riuscito a consegnare "a tempo stabilito un saraceno da correre giostra". Circa un anno e mezzo dopo ritroviamo lo sfortunato artigiano quale vittima di un furto: una notte del gennaio 1700 gli fu infatti aperta la bottega, dalla quale vennero trafugate tre cornici intagliate.

Particolarmente ricco di storia e molto florido nei secoli passati, l'intaglio è una delle tecniche di decorazione del legno più antiche e diffuse: la produzione romana si distinse soprattutto nel Seicento, grazie alla realizzazione di preziose consoles barocche finemente lavorate e dorate. L'avvincente mestiere dell'intagliatore rischia però di scomparire in un futuro non molto lontano, anche perché necessita di un lungo apprendistato, spesso impossibile da realizzare. Il problema è comune a molte attività: mancano infatti adeguati corsi pubblici di formazione professionale, mentre gli artigiani ancora operanti non hanno la possibilità di far fronte ai costi e agli obblighi necessari per inserire i giovani nelle loro botteghe.

A tutt'oggi sono pochi gli intagliatori operanti a Roma, che vengono comunemente definiti ebanisti. Mentre un tempo la qualifica era riservata a coloro che avevano un'abilità tale da poter lavorare un legno di qualità pregiata quale l'ebano, attualmente la denominazione è usata, in generale, per i migliori artigiani del legno, capaci di realizzare intagli ed intarsi.

Accanto ad un ristretto numero di maestri ebanisti vi è però, oggi come in passato, una grande maggioranza di "semplici" falegnami, un mestiere la cui storia risale molto indietro nel tempo.

Fino al 1539 i falegnami appartenevano all'Università dei Muratori, insieme ai quali avevano costruito la chiesa di S. Gregorio Magno in via Leccosa; in quell'anno però trenta falegnami, in dissidio con altri membri del sodalizio, fondarono una propria Confraternita indipendente intitolata a S. Giuseppe. Ottennero la chiesa di S. Pietro sul carcere Mamertino, ma la ristrettezza del luogo li convinse a costruire una nuova chiesa sopra quella già esistente. Forse per polemica, o perché non riuscirono a trovare muratori disponibili, o chissà per quale altro motivo rimasto sconosciuto, l'opera fu realizzata interamente in legno. Deterioratasi ben presto, venne infine ricostruita in muratura: si tratta di quella chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami a tutt'oggi esistente.

Nel maggio 1540 il nuovo sodalizio fu riconosciuto come Arciconfraternita, ma soltanto agli inizi del secolo successivo vi aderirono tutti i falegnami, molti dei quali erano rimasti sino ad allora con i muratori. Nacque così l'Universitas Carpentariorum, i cui statuti furono approvati da Urbano VIII nel 1624, insieme alla riconferma dei privilegi dell'Arciconfraternita, che sopravvisse allo scioglimento della corporazione avvenuto nel 1801.

Nel corso del Seicento un unico sodalizio economico riunì quindi i differenti artigiani del legno, comprendendo più di venti mestieri, alcuni dei quali appaiono oggi curiosi oppure semplicemente sconosciuti: bastari, bottari, carrozzari, catinari, cembalari, cupellari, ebanisti, fabarche, facasse d'archibugi, facocchi, famole, fatamburi, formari, intagliatori, leutari, mantaciari, mercanti di legname, scatolari, sediari, tinozzari, tornitori, zoccolari.

Sul finire del Cinquecento Thomaso Garzoni aveva minutamente descritto i compiti del falegname, sottolineando che esso deve saper affilare gli attrezzi, riconoscere i differenti legni, disegnare, intagliare ed avere gusto estetico, essere in grado di squadrare il legno, "drizzare bene una tavola" - se necessario con il fuoco - quando fosse "sguezza" o "torta". Il falegname deve però essere anche un attento conoscitore del formaggio. Abbiamo letto bene? Scorrendo alcune righe più avanti comprendiamo il perché. Trascriviamo dunque questa inconsueta ricetta, per qualche moderno alchimista che si voglia cimentare nella sua preparazione: "Si piglia formaggio grattuggiato che sia magro, con acqua quasi bollente si lava tanto che di esso non esca più grassezza; e poi si macina sopra una pietra liscia e vi si getta sopra un poco di calcina bianca e rimenando benissimo insieme diventa colla perfettissima".

Ancora oggi la colla usata dagli artigiani più anziani, pur non avendo il formaggio fra i suoi componenti, è comunque di origine animale, tanto che nelle vecchie botteghe si è colpiti dal caratteristico odore (ci sia consentito l'eufemismo) dell'immancabile colla cervione, scaldata a bagnomaria su un fornelletto perennemente acceso. Qualcuno, per renderla più "forte" - attenzione, è un trucco del mestiere! - la arricchisce persino con uno spicchio di aglio, ed è facile immaginare l'aroma di questa mistura. Una sedia così incollata, ci viene però garantito, può superare ogni prova di resistenza.

Oltre alla colla, anche altri materiali tradizionali vengono tuttora usati nelle botteghe di restauratori di mobili antichi, numerosi in una città dove la passione per l'antiquariato, da sempre coltivata, si è ancor più diffusa negli ultimi anni. Il settore ha dunque attratto nuovi artigiani, in molti casi giovani, ma non per questo meno validi dei restauratori "storici".

Recentemente l'artigianato legato al legno ha avuto qualche nuovo originale sviluppo grazie ad una proficua collaborazione fra falegnami, designer e architetti, che ha portato alla realizzazione di buoni manufatti artistici in stile moderno. Contemporaneamente si è però verificata la scomparsa di altri mestieri, superati da una più efficiente produzione industriale.

Bottai, facocchi e tornitori

Costruire botti è una vera e propria arte che consente, assicurano gli intenditori, di dare al vino il giusto sapore. Il mestiere è però tra quelli che lo sviluppo tecnologico ha definitivamente condannato alla scomparsa. Ormai i recipienti in legno, tra l'altro sempre più spesso prodotti industrialmente, sono utilizzati soltanto per vini e liquori pregiati. Per gli altri vengono invece impiegati contenitori di materiali differenti, vetroresina in particolare, più economici e durevoli ma anche più leggeri ed agevoli da pulire.

Padroni delle tecniche e dei segreti per curvare il legno, i pochi bottai rimasti costruiscono manualmente, solo con l'ausilio di alcuni antichi strumenti sconosciuti al profano (anche se macchine per la fabbricazione di botti esistono da più di un secolo e mezzo!), recipienti di varie dimensioni e con differenti funzioni, ottenuti però sempre tramite l'unione di assi chiamate doghe, strette insieme con cerchi di ferro o di legno: oltre alle classiche botti realizzano barili, tini, mastelli, adattando anche queste forme, negli ultimi anni, alla creazione di mobili rustici. Una curiosità: in passato i bottai fabbricavano pure "elettrodomestici", come testimonia la "lavatrice" conservata nel Museo dell'Artigianato Scomparso, una botticella in legno azionata a mano tramite una manovella.

Di bottai a Roma non se ne trovano più. Hanno ormai chiuso, pochi anni fa, le ultime botteghe di Testaccio, situate ai piedi della collina, accumulo artificiale di frammenti di vasi e rottami vari, lungo le cui pendici c'erano un tempo numerose grotte, celebri catacombe di un vino divenuto famoso perché "di tanta gagliardia/ che fa cantar più assai di Anacreonte", il poeta greco che celebrò il vino nei suoi versi.

Nella provincia, in particolare ai Castelli Romani, ci sono gli ultimi superstiti di un mestiere antichissimo - menzionato già da Plinio il Vecchio - decisi a non interrompere una tradizione che spesso si tramanda da molte generazioni. Resistono ad esempio ad Albano Laziale, pur tra mille difficoltà, i fratelli Sannibale, nell'antica e un po' buia bottega aperta dai loro antenati nell'ormai lontano 1860. Ma si contano veramente sulle dita di una mano i continuatori di questo mestiere faticoso e particolarmente delicato in tutte le fasi della lavorazione, a partire dalla scelta del legname per la fabbricazione dei recipienti, che deve avere caratteristiche di compattezza ed elasticità. La quercia è ad esempio particolarmente adatta ma nel Lazio, per la sua diffusione, viene in genere usato il castagno. Proprio accanto all'officina di Albano, all'interno del cortile del palazzo, sopravvive una delle poche caratteristiche fraschette dei Castelli Romani, "ambiente naturale" per i lavori artigianali del bottaio.

Vere e proprie "mosche bianche" sono anche, al giorno d'oggi, i facocchi: numerosi nella Roma dei secoli passati, fabbricavano le parti in legno di carri e carretti, mentre quelle in ferro erano realizzate dal ferracocchio. Ora, al più, aggiustano le poche carrozzelle rimaste.

Il mestiere ci viene mirabilmente descritto, in versi, da Zefferino Colletti, che solo in ultimo ci sembra scadere in una conclusione un po' troppo scontata: "Da li più mejo ciocchi staggionati, / a forza d'accettòla e de scarpello, / sorteno razzi, quarti e un botticello, / che te pareno pezzi aricamati. / L'accrocca tutti assieme e, sur più bello, / pe falli arimané così incastrati, / je inarca addosso er cerchio come anello, / levato da li tizzi aroventati. / E mentre che lo sfredda, er bon facocchio / je leva li difetti, uno per uno, / menànno giù mazzate a còrpo d'occhio. / Così nasce la ròta che poi, in fonno, / benanche nun ce penza mai nisuno, / è stata lei che ha fatto cambià er monno".

Pochissimi sono anche i tornitori ancora operanti a Roma, che si trovano in alcuni rioni storici quali Esquilino, Borgo, Trastevere. Consigliamo, a chi non conosce il mestiere, di gettare uno sguardo nelle loro botteghe: si rimane infatti a bocca aperta nel constatare con quale sorprendente velocità questi artigiani, con l'ausilio del tornio e di un attrezzo da taglio, danno forma al legno ricostruendo zampe di tavoli e sedie, ma anche creando vasi, scatole ed altri oggetti.

Il doratore

Occorrono una pazienza ed una grazia fuori dal comune per riuscire ad applicare sul legno, appositamente preparato con un lungo ed accurato procedimento, quelle particolari foglie di argento ed oro zecchino talmente sottili che si accartocciano ad ogni minimo movimento, e che persino un respiro fa volar via. E' quindi sorprendente la disinvoltura degli artigiani più esperti, la naturalezza e la padronanza con cui usano queste lamine che soltanto una lunga pratica consente di tenere a bada.

I doratori (o indoratori, come venivano definiti un tempo), abili superstiti di un'attività in passato particolarmente florida a Roma, sono oggi sempre più rari. E' comunque possibile trovare ancora, nei rioni storici della città, ad esempio - ma non solo - nei dintorni di via dell'Orso, alcune botteghe dove vengono "curati" candelieri, cornici ed altri oggetti in legno dorato e laccato.

Consigliamo dunque, a chi non conosce questo affascinante mestiere, di dedicare un po' di tempo alla sua scoperta. E' veramente interessante infatti osservare un doratore all'opera, soprattutto nella fase dell'applicazione dell'oro (oppure dell'argento, perché i procedimenti sono analoghi). Con una mano leggera, ma ferma e sicura, l'artigiano solleva la foglia - disposta su un apposito cuscino e precedentemente tagliata nelle misure desiderate - con un pennello di zibellino sottile e piatto che, per farvi aderire la lamina, struscia sulla propria guancia rendendolo così carico di energia statica. Questo rituale che lascia, al termine del lavoro, simpatiche tracce luccicanti sul volto del nostro "prezioso" artigiano, può comunque essere sostituito da uno strofinamento del pennello su una qualsiasi superficie leggermente ingrassata, procedimento forse più pratico ma certamente meno caratteristico. La foglia viene infine adagiata sul legno precedentemente preparato ed inumidito con una soluzione di acqua e colla animale.

Nei secoli scorsi le tecniche della doratura a foglia furono applicate su larga scala ed ebbero a Roma una notevole diffusione, come testimoniano la sfarzosità dei candelieri e degli altari delle chiese ma anche la sontuosità delle cornici e delle decorazioni dei palazzi nobiliari. Già nel 1836 però il Belli denunciava gli scarsi guadagni dei doratori, approfittandone per lanciare una delle sue consuete sferzate contro il lusso della Chiesa: "A' tempi de mi' nonno, scertamente/ l'arte de l'indorà fruttava assai;/ ma mo cosa t'indori? un accidente?/ Li secolari nun dànno lavoro/ perché sò pien de debbiti e de guai,/ e a casa de li preti è tutto d'oro".

Nella doratura a foglia (una tecnica antichissima che sembra risalire ad almeno 4000 anni fa!), come accade anche per numerose altre attività artigianali, i materiali e gli attrezzi utilizzati - colla di coniglio, gesso di Bologna, bolo, appositi pennelli e pietre d'agata per la brunitura - sono rimasti invariati nei secoli, e così anche le differenti fasi della preparazione del supporto in legno, dell'applicazione della lamina, della sua lucidatura e dell'eventuale invecchiamento.

Sono invece mutate le procedure di fabbricazione della foglia, che fino a pochi secoli fa veniva battuta a mano dopo essere stata resa idonea da apposite presse; oggi, ottenuta con un più veloce procedimento industriale, è ancora più sottile che un tempo.

In passato esisteva quindi, a Roma come altrove, la singolare figura del battiloro, artigiano che produceva manualmente le sottilissime lamine - circa un decimillesimo di millimetro - a colpi di martello e con accorgimenti di vario tipo. Distinti erano invece il tiraoro, che riduceva l'oro in fili da utilizzare per i ricami di paramenti ecclesiastici, uniformi ed abiti e il filaoro, mestiere prevalentemente femminile che consisteva nell'avvolgere il prezioso filo da utilizzare per i ricami intorno ad un'anima di seta.

Nel Seicento, secolo d'oro (è proprio il caso di dirlo!) per tutti questi mestieri, le botteghe dei battiloro erano concentrate nei pressi dell'attuale piazza del Fico, intorno a S. Maria della Pace. Probabilmente coloro che praticavano questa attività non erano allora più di una quindicina: un numero irrisorio, quindi, se rapportato a quello di altre categorie artigiane dell'epoca. Ma il motivo che li portò, nonostante l'esiguità numerica, ad unirsi in sodalizio, nel 1612, fu la necessità di unire le forze per condurre una singolare ed un po' curiosa battaglia, quella volta a risolvere un assillante problema: il reperimento delle budella - di bue e di altri animali - indispensabili in una fase della battitura del metallo. La questione non era però di facile soluzione, come potrebbe apparire a prima vista, perché si trattava di un "bene" molto ambito e conteso, fondamentale anche per altre produzioni, quale ad esempio quella delle corde musicali. I battiloro riuscirono comunque, con una pressione sulle autorità, ad ottenere una vittoria, dal momento che beccai, pollaroli ed in genere tutti i venditori di carne furono obbligati a cedere loro una parte delle tanto agognate budella.

L'arte del vetro

Passeggiando nel rione Monti, per le tranquille stradine intorno all'antica Suburra, una rara zona di Roma ancora pullulante di botteghe artigiane, l'attenzione viene catturata dal singolare laboratorio dove Beatrice, una giovane ma esperta artigiana, con l'ausilio di pochi strumenti e di una sorprendente abilità, trasforma semplici bacchette di vetro in candelieri, bicchieri, eleganti caraffe ma anche in originali creazioni a forma di fiore o di conchiglia. Si tratta forse dell'unica bottega della città in cui ci si dedica esclusivamente alla soffiatura artistica del vetro, una tecnica importata dalla Liguria che non ha solidi legami con la tradizione locale. I pochi altri laboratori ancora esistenti a Roma si occupano prevalentemente di lavori per uso chimico-farmaceutico dal momento che, anche se può apparire strano, mentre le comuni provette sono prodotte a livello industriale, numerosi altri oggetti in uso nei laboratori e negli istituti scientifici vengono ancora soffiati artigianalmente.

Il metodo usato nella bottega monticiana è poco noto a Roma, anche se risulta certamente più pratico ed economico rispetto alla rinomata tecnica dei maestri muranesi - che richiede una fornace ed una struttura industriale con costi elevati - e particolarmente adatto per la creazione di oggetti di piccole e medie dimensioni. Per la soffiatura a lume bastano infatti una piccola fiamma e pochi utensili... oltre, ovviamente, ad una buona dose di maestria e di determinazione!

La città non ha avuto nei secoli passati una tradizione consolidata nel campo della lavorazione artistica del vetro, mentre fu sempre sviluppata la produzione di oggetti per uso comune: bicchieri, bottiglie, ma anche la classica e caratteristica fojetta.

Numerosi sono invece oggi a Roma i laboratori di vetrate artistiche, una tecnica che da alcuni decenni è in continuo sviluppo, come testimonia anche l'interesse mostrato dai giovani ed il fiorire di nuove botteghe e di numerosi corsi. La tradizione, creativamente rinnovata, convive con nuove forme di espressività e con tecniche più recenti (o modernizzate), spesso importate dall'estero ma non meno affascinanti, come la vetrofusione, il collage, e soprattutto quella tessitura con rame saldato a stagno (comunemente chiamata tiffany) che produce ottimi risultati nella realizzazione di lampade ed altri originali oggetti.

La parte del leone continua però ad averla la vetrata tessuta a piombo, certamente dal momento in cui, agli inizi del Novecento, questa antica tecnica fu rilanciata a Roma in tutto il suo splendore. Risalente probabilmente al X secolo, consiste in una sorta di "mosaico" di vetri colorati legati con fili di piombo e poi saldati e stuccati affinché diventino più resistenti. La rinascita, espressiva e tecnica, della vetrata artistica a Roma, ma soprattutto la capacità di sviluppare le moderne potenzialità di metodi antichi, si devono alla proficua collaborazione fra Mastro Picchio, al secolo Cesare Picchiarini, e celebri artisti dell'epoca. L'abile maestro vetraio - la cui bottega si trovava nella piazza Pozzo delle Cornacchie (oggi intitolata a Giuseppe Toniolo) e, successivamente, in piazza S. Salvatore in Lauro - riuscì infatti a fungere da catalizzatore, agli inizi del secolo, per artisti quali Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi, Paolo Paschetto e Duilio Cambellotti, insieme ai quali organizzò alcune mostre e realizzò pregevoli opere, tra cui le vetrate, recentemente restaurate, per la Casina delle civette di Villa Torlonia.

Picchiarini effettuò anche numerosi lavori a carattere religioso, proseguendo la tradizione secolare della vetrata, che a lungo è stata usata quasi esclusivamente quale elemento decorativo nelle chiese e che soltanto in un periodo relativamente recente è divenuta parte integrante dell'architettura e dell'arredamento. L'opera di Mastro Picchio e del suo gruppo fu particolarmente importante dal momento che, a Roma come altrove, la vetrata era progressivamente scaduta a semplice pittura, anche se "a gran fuoco" (la tecnica chiamata grisaille), e ad una produzione di scarso valore, che spesso portava persino alla realizzazione di vetrate opache, che toglievano dunque al vetro la sua principale caratteristica, fonte di quel fascino sempre rinnovato nel tempo. Sensibile interprete, più che semplice esecutore, dei cartoni degli artisti, Picchiarini - che per un periodo insegnò anche l'arte della vetrata nell'Istituto del S. Michele a Ripa - ci ha lasciato un prezioso libro di "appunti di vita di mestiere e d'arte", dal titolo Tra vetri e diamanti. Ad un certo punto, non riuscendo più a gestire il laboratorio a causa di disturbi nervosi, lo cedette ad un suo collaboratore, quel Giulio Cesare Giuliani operante nella città già nel 1900 e i cui eredi proseguono ancora oggi nell'attività intrapresa dal celebre maestro.

La ceramica, lavorazione e restauro

Nella lavorazione artistica della ceramica Roma non ha avuto, nei secoli passati, un ruolo primario. Più importante è sempre stata invece la produzione di oggetti per uso comune, mestiere antichissimo che viene ricordato persino da un intero quartiere, Testaccio, sorto proprio su una montagna di cocci.

La cottura delle diverse argille modellate manualmente con l'ausilio del tornio - uno strumento che ha sorprendentemente mantenuto la stessa forma a distanza di migliaia di anni, con la sola differenza che oggi può essere azionato elettricamente - risale addirittura all'epoca preistorica, ma un forte sviluppo dell'arte della ceramica per uso ornamentale si ebbe in Italia solo nel Rinascimento. Alcune fabbriche e scuole sorsero a Roma nel Cinque-Seicento - in genere però ad opera di "stranieri", provenienti cioè da altri stati italiani - ma si ricordano i nomi di pochi maestri, che oltretutto lavorarono principalmente per conventi e farmacie, come Diomede Durante e Giampaolo Savino.

La produzione della ceramica per uso quotidiano è invece stata, in passato, molto diffusa, dal momento che solo da alcuni decenni la terracotta - sostituita da alluminio, vetro o plastica - non è più largamente usata per pentole e tegami. Le antiche botteghe sono quasi ovunque scomparse, tanto che i cocci artigianali sono oggi molto ricercati; i pochi "terracottari" superstiti sono sparsi nei vari paesini della provincia più che nella città.

Fondamentale fu anche, nella Roma del passato, la fabbricazione di mattoni, tegole ed altri materiali per l'edilizia, che sfruttava le cave di argilla dei Monti di Creta per il reperimento delle materie prime e, per la cottura, le numerose fornaci esistenti nella città, a cui è tuttora dedicata una via.

E' sempre il nome di una strada, situata però nell'antico quartiere di Trastevere, a ricordare ancora oggi i vascellari, denominazione che nulla ha a che vedere con la costruzione di imbarcazioni ma che invece, per una classica deformazione dialettale romanesca, indica i vasellari, cioè i vasai e fabbricanti di boccali ed oggetti in coccio. Questi artigiani si erano stabiliti nello storico rione perché la zona permetteva, per la vicinanza con il Tevere, il rifornimento di acqua e di terre, ma anche il commercio dei prodotti nel vicino porto di Ripagrande.

Riuniti in un sodalizio, questi artigiani organizzarono ogni anno, fin dopo il 1870, "ne ll'ottavario der Corpusdommine" una processione per le vie di Trastevere, probabilmente la più celebre tra quelle promosse dai differenti mestieri nella Roma dell'epoca. "Era una bbella precissione - ci dice Giggi Zanazzo, attento osservatore delle tradizioni romane - perché cciaveva uno de li più bbelli stennardi de Roma. Se diceva de li Bbucaletti perché 'sta precissione era fatta da la compagnia de li Vascellari, che in quer tempo, ortre a ffa' le pile, li tigami, li dindaroli, li scardini eccetra, co' la créta de fiume, ce faceveno puro li bbucali de còccio che anticamente invece de le fojette e dde li mèzzi de vetro, s'addropàveno pe' sservì er vino in de ll'osterie".

Agli annosi problemi di "precedenze", che assillavano la ricorrenza e che, più in generale, turbavano tutte le processioni della Roma papale, Belli aveva persino dedicato, nel novembre 1831, un divertente sonetto intitolato La compagnia de' Vascellari: "Si ccaso mai, sor faccia de pangiallo, / l'arreggemo noi puro er bardacchino. / Ch'edè? nun zemo indeggni de portallo? / E vvoi chi ssete? er fio der re Ppipino? / Nun t'aricordi ppiù, bbrutto vassallo, / de quelli scarponacci da bburino / quanno a le mano sce tienevi er callo / e mmaggnavi a ppagnott'-e-ccortellino? / Oggi che cc'è er Zantissimo indisposto / potressi armanco usà pprudenza, e a cquelli / che ssò pprima de té' ccedeje er posto. / Er bardacchino tocca a li fratelli / de segreta: epperò ssor gruggno tosto / Levàtevesce for da li zzarelli"...dove, anche se qualche parola può risultare poco chiara - indeggni sta ad esempio per degni, indisposto per esposto - il senso dell'ultima esortazione, nonostante tutto, è di immediata comprensione!

Vascellaro "per ricchi", o forse vero e proprio artista, fu Giovanni Trevisan, detto Volpato che, giunto da Venezia, introdusse nella sua fornace la tecnica del biscuit e realizzò, insieme a circa 20 abili operai, pregiate statuette che venivano poi vendute nel celebre negozio di Merico Cagiati o nelle altre botteghe che si trovavano lungo il Corso. Ma questi oggetti avevano prezzi proibitivi. I più dovevano quindi accontentarsi dei prodotti di altre fornaci, come quella di Nino La Vista in Borgo Vittorio.

Di alcuni vasai dell'Ottocento è rimasta menzione sino ad oggi solo perché divennero celebri per altri motivi: è il caso del baritono Antonio Cotogni, trasteverino, ma anche di Bartolomeo Pinelli che da giovane aveva seguito le orme del padre Giovan Battista realizzando anche statuette per i presepi. Quasi tutti i vascellari infatti, nel periodo natalizio, si trasformavano in pupazzari, interpreti di un'antica arte popolare non del tutto scomparsa a Roma. Tramandata di padre in figlio, vive ancora nelle botteghe e case-laboratorio di pochi estrosi superstiti, situati alle porte della città, che ricostruiscono con vera maestria paesaggi e scene di vita quotidiana. I loro prodotti si trovano in genere nelle bancarelle che, fra immancabili polemiche, ogni anno ricompaiono immutate a piazza Navona. Accanto a schiere di statuine in plastica prodotte industrialmente spicca qualche pregevole lavoro artigianale in terracotta dipinto a mano, ma anche la ricostruzione di scorci di una Roma scomparsa, ripresi dagli acquerelli di Roesler Franz e le particolari grotte in sughero di uno "storico" artigiano, che prosegue una tradizione familiare iniziata intorno al 1820.

Negli ultimi anni la città ha assistito ad una generale riscoperta dell'arte della ceramica, pur se la produzione artigianale ha risentito negativamente della prepotente irruzione sul mercato di prodotti di importazione realizzati in paesi in cui la manodopera ha un costo bassissimo.

A tecniche e metodi molto antichi, come la lavorazione a colombini - quella sorta di "bastoncini" in creta che, disposti uno sull'altro, permettono di realizzare manualmente vasi ed altri oggetti - si sono affiancati ben più sofisticati macchinari, in una collaborazione fra artigianato e industria che in alcuni casi ha prodotto ottimi risultati. Accanto ad una schiera di hobbisti e dilettanti sono emersi artisti ed artigiani di un certo livello, in grado di coniugare la tradizione romana con tecniche di altra provenienza, come il raku, di origine giapponese.

Un altro mestiere forse poco conosciuto, ma certo non meno prezioso, è il restauro di ceramiche, porcellane, maioliche, attività che per lungo tempo è stata esercitata dagli stessi ceramisti. Nei pochi laboratori operanti a Roma, spesso piccoli o nascosti, colmi di boccette, colori, fornellini a spirito, bisturi e collanti, gli oggetti danneggiati - vasi e soprammobili di particolare pregio o soltanto tazzine e piatti importanti per il loro valore affettivo - riacquistano l'iniziale splendore, in virtù della maestria dei restauratori ma anche grazie ai moderni e "miracolosi" materiali (adesivi, resine, stucchi, consolidanti) che, frutto di una lunga ricerca scientifica, favoriscono la risoluzione ottimale dei differenti problemi. L'effetto finale è in genere sorprendente: neanche uno sguardo attento è infatti in grado di distinguere le parti e le decorazioni ricostruite!

Tra i laboratori alcuni sono specializzati in settori quali il restauro archeologico o quello degli smalti. Colpiscono il passante le rare botteghe ancora oggi dedicate alla "cura" delle bambole, quei locali particolari e talvolta un po' inquietanti, quasi da film dell'orrore, dove gambe, braccia e teste sbucano da tutte le parti.

La lavorazione dei metalli preziosi e comuni

Nei pressi di via Giulia, annessa alla piccola chiesa di S. Eligio degli Orefici, è tuttora attiva un'associazione, l'Università e Nobil Collegio di S. Eligio che, erede dello storico sodalizio di mestiere, si propone di proseguire e sviluppare l'antica tradizione attraverso l'organizzazione di corsi, conferenze e premi per apprendisti orafi.

L'oreficeria, sempre florida a Roma nel corso dei secoli per la diffusa presenza di chiese ma soprattutto della corte papale, ebbe in alcuni periodi storici una fortuna veramente notevole. Lo sfarzo imperante nel Cinque-Seicento diede ad esempio un forte impulso all'attività, la cui committenza era rappresentata essenzialmente dalle alte gerarchie ecclesiastiche e da famiglie nobili. La produzione romana - realizzata anche da valenti maestranze "straniere" operanti nella città, in particolare toscane e lombarde - fu ovviamente indirizzata in notevole misura verso oggetti sacri e rituali, incrementandosi quindi in concomitanza con particolari eventi quali gli Anni Santi.

Sulla base della ricca documentazione relativa alle famiglie di orafi ed argentieri romani, a tutt'oggi conservata nell'Archivio di S. Eligio, è stata redatta la monumentale opera di G. C. Bulgari "sugli orefici, gli argentieri, i gemmari e i coronari attivi nella città di Roma fra il XIV secolo e il 1870". Alcuni studi più recenti hanno invece messo in luce singole figure operanti tra il Cinquecento ed il secolo successivo, come Fantino Taglietti - che lavorò per i Barberini e realizzò numerose opere per il palazzo del Campidoglio - o la famiglia Vanni, della cui ricca produzione è però oggi possibile ammirare solo il tabernacolo nella basilica di S. Giovanni in Laterano.

Nella Roma dei secoli scorsi gli orefici erano concentrati in via del Pellegrino: nel 1680 per questi artigiani divenne addirittura un obbligo, imposto dalle autorità, quello di "habitare ed havere le botteghe nel Pellegrino e vicoli annessi". Il provvedimento suscitò però una serie di proteste, come risulta dalla supplica inviata al papa da alcuni orefici, in cui si chiedeva di non essere "tanto aggravati nella mutatione dell'habitatione dalle gravezze di nove pigioni esorbitante nelle case del Pellegrino", sottolinenando che gli artigiani non vi si recavano "di lor spontanea volontà ma per obedire prontamente alla S.tà V.ra" e chiedendo che "almeno i più bisognosi e poverelli siano esentati d'andar ad habitare in detta strada".

Gli orefici, inizialmente organizzati in una corporazione che comprendeva pure ferrari e sellari, nel 1508 fondarono una propria Università, a cui aderirono anche gli altri lavoranti di metalli e pietre preziose.

Una regolamentazione scritta dell'attività si trova già negli statuti di Roma del 1358, in cui si stabiliva che l'argento dovesse avere un "punzone" di garanzia, cioè un bollo. Forme più severe di controllo si ebbero però solo dagli inizi del Cinquecento: da allora orefici ed argentieri furono obbligati ad apporre su tutti gli oggetti prodotti una bollatura del titolo, controllata poi da una apposita commissione che doveva giudicare, oltre alla qualità delle opere e alle contraffazioni, anche l'abilità degli aspiranti maestri orafi, nella prova che si svolgeva dopo un tirocinio a Roma di almeno tre anni.

Ogni orefice aveva un proprio "segno", impresso su una placchetta: gli originali, registrati e depositati, si trovano ancora oggi presso l'Archivio di S. Eligio. Ma le alte gerarchie ecclesiastiche talvolta garantirono, ai "loro" artigiani, l'esenzione dalla bollatura, e quindi dalle tasse, circostanza che rende oggi difficile l'individuazione degli autori di alcune opere.

Nelle fiorenti botteghe romane, dove abili maestri applicavano e rielaboravano i canoni impartiti dalle arti monumentali, giunsero anche celebri artisti o apprendisti del calibro del Cellini, il cui soggiorno romano è ricordato da una targa in largo Tassoni: delle sue produzioni rimane però soltanto, a Vienna, una saliera per Francesco I.

Il problema della distruzione, nel tempo, delle opere di oreficeria - che riguarda soprattutto gli oggetti profani perché quelli cerimoniali, conservati in chiese e musei, hanno avuto in molti casi una sorte migliore - è purtroppo più generale: quasi tutti i lavori appartenuti alle famiglie nobili sono andati persi, rifusi per il mutamento del gusto, riconvertiti in moneta, finiti nelle requisizioni eseguite durante il pontificato di Pio VI prima e l'occupazione delle truppe napoleoniche poi.

Tra le pregevoli testimonianze di orafi operanti a Roma si può ricordare la coppia di candelieri eseguita da Antonio Gentili su commissione del cardinale Alessandro Farnese e donata nel 1582 alla Basilica di S. Pietro, dove si trova anche il grande medaglione in bronzo del monumento funebre di Cristina di Svezia realizzato dal maestro argentiere Giardini.

Dopo un periodo di decadenza, l'arte orafa romana ritrovò il suo splendore con il Liberty: nella città operarono infatti artisti di rilievo quali Renato Brozzi, Duilio Cambellotti, Michele Guerrisi.

Molto antica a Roma è anche la lavorazione di metalli comuni - per oggetti di uso quotidiano, armi e prodotti ornamentali - oggi però quasi totalmente industrializzata.

Il ferro battuto, caduto in disuso perché sostituito da materiali quali la ghisa, ebbe un particolare sviluppo nel periodo barocco, come tuttora ricordano i cancelli di alcuni palazzi e chiese. Il rame, un tempo metallo prezioso perché raro, si diffuse invece nella seconda metà del Settecento grazie alle importazioni: da allora fu molto usato per scopi domestici. Oggi rimane solo una limitata produzione artigianale di oggetti decorativi in alcuni piccoli centri della provincia.

E' del 1834 un amaro sonetto del Belli dedicato al ferraro: "Pe mmantenè mmi mojje, du' sorelle, / e cquattro fijji io so c'a sta fuscina / comincio co le stelle la matina / e ffinisco la sera co le stelle. / E cquanno ho mmesso a rrisico la pelle / e nnun m'areggo ppiù ssopr'a la schina, / cos'ho abbuscato? Ar zommo una trentina / de bbajjocchi da empicce le bbudelle. / Eccolo er mi' discorzo, sor Vincenzo: / Quer chi ttanto e cchi ggnente è 'na commedia / che mm'addanno oggni vorta che cce penzo. / Come!, io dico, tu ssudi er zangue tuo, / e trattanto un Zovrano s'una ssedia / co ddu' schizzi de penna è tutto suo!".

Marmorari e mosaicisti

Un'arte molto antica, quella del mosaico - usata da greci e romani già in epoca precristiana per comporre pavimenti e, successivamente, nelle decorazioni parietali - sta vivendo, da alcuni anni, un periodo di rinnovato interesse e di positiva rivalutazione. La tecnica, profondamente radicata nella tradizione romana, si esprime oggi attraverso quadri dai moderni disegni oppure tramite riproduzioni di opere classiche, ma anche e soprattutto come raffinato decoro per valorizzare tavoli, lampade, cornici e oggetti d'arredamento in genere.

L'ostacolo principale per una sua nuova diffusione è, attualmente, l'elevato costo dei lavori, talvolta proibitivo, problema però difficilmente eludibile dal momento che il taglio e la disposizione delle tessere - le piccole parti di smalti o pietre naturali di cui è composto un mosaico - richiedono tempi molto lunghi.

La tradizione musiva fu molto florida nella città dei secoli passati, e numerose chiese romane - S. Maria Maggiore, S. Paolo, S. Maria in Trastevere... l'elenco completo sarebbe assai lungo - conservano ancora importanti tracce di un'arte preziosa ma in alcuni periodi male interpretata: resa troppo simile alla pittura, ritenuta deperibile, fu infatti talvolta utilizzata sostanzialmente per la creazione di "dipinti più resistenti", e perse quindi le sue peculiarità.

I mosaicisti attualmente operanti a Roma realizzano lavori a soggetto sacro, riproduzioni musive d'arte, oggetti di arredamento, ma alcuni si occupano anche di restauro di opere antiche. La lavorazione del marmo non è però limitata alla composizione di mosaici. Ancora oggi, oltre agli artigiani che producono lapidi, targhe e lastre per rivestimenti di vario tipo, vi sono scultori, intarsiatori, incisori, insomma veri e propri artisti della materia.

L'arte del marmo, molto antica, rifiorì a Roma dopo l'incendio normanno del 1080, quando vennero innanzi tutto ricostruite le antiche basiliche distrutte. Pavimenti, tombe e portali di numerose chiese furono decorati con composizioni musive realizzate con marmi di molteplici tonalità cromatiche.

Roma, trasformata in una sorta di enorme deposito di marmi di epoca imperiale era allora una città unica per la disponibilità "naturale" di materiali: con la spoliazione e la distruzione dei vecchi monumenti si ricostruirono ed abbellirono chiese e palazzi nobiliari. Talvolta vennero però impiegati anche nuovi materiali di scavo - nei dintorni di Roma esistevano cave di travertino e di altri marmi - la cui estrazione comportava comunque costi più elevati.

Di particolare rilievo fu, per alcuni secoli, la scuola cosmatesca, la cui denominazione ha dato origine ad una serie di dispute: mentre in un primo tempo essa veniva identificata con una famiglia il cui capostipite si chiamava Cosma, successivi studi hanno dimostrato che i "cosmati" si dividevano in due rami familiari, i Tebaldo e i Mellini, molto attivi anche fuori della città, affiancati da famiglie "rivali" di marmorari quali i Vassalletto.

Il declino della tarsia cosmatesca, e i suoi ultimi pregevoli lavori, risalgono al Quatrocento: il secolo successivo può dunque essere considerato il periodo della nascita dell'intarsio moderno. A Roma, la tecnica fu impiegata per realizzare piani di tavoli ma anche lastre tombali, altari e cappelle: fra i principali artefici si ricorda Giovanni Menardi detto il Franciosino. Verso la fine del Cinquecento alle tarsie geometriche si affiancarono disegni sempre più complessi, vere e proprie pitture in pietra.

Gli artisti del marmo componevano quindi pavimenti e mosaici, rivestivano pareti ed innalzavano colonne. Vi erano però anche semplici scalpellini e tagliapietre, mestiere che alla fine del Cinquecento Thomaso Garzoni definiva faticoso ma non artistico - consistente nello "scarpellar così alla grossa tutte le sorti di marmi il che si chiama abozzare" - e soprattutto rischioso perché, mette in guardia il nostro autore, quando "una scheggia di sasso ti coglie in un'occhio, ti fa veder le stelle".

Sempre in relazione al marmo va segnalata l'arte, molto antica, della decorazione a stucco, che prosperò in epoca romana e rifiorì nel Rinascimento soprattutto per merito del Ricamatore, al secolo Giovanni da Udine, che operò a Roma alla scuola di Raffaello e fu autore di pregevoli decorazioni che riprendevano la plasticità degli antichi stucchi romani, composte con un impasto di polvere di travertino e marmo. L'arte ebbe successivi sviluppi sempre più monumentali e venne impiegata anche per decorazioni di esterni.

Le origini dell'Università dei Marmorari sono particolarmente remote: il primo statuto di cui è rimasta traccia risale infatti al 1406, convenzionalmente stabilito come anno di nascita del sodalizio. Dopo una crisi, nel Cinquecento, dovuta al distacco di alcuni scultori - che non volevano confondersi con artigiani quali gli scalpellini - nel secolo successivo la corporazione riacquistò il suo prestigio e, con esso, l'adesione di grandi artisti. Sciolta nel 1801 e ricostituita nel 1852, l'Università è tuttora esistente: il suo archivio si trova presso l'Accademia di S. Luca.

Altre attività

L'arte dei tessuti. Si sviluppò a Roma durante il Rinascimento quando, chiamati dai papi, i maggiori artisti dell'epoca affluirono nella città per la realizzazione di opere d'arte. Molti di essi si cimentarono infatti nell'esecuzione di disegni per tessuti o arazzi. Anche i maestri romani del Sei-Settecento eseguirono lavori di notevole pregio, destinati soprattutto ad un uso ecclesiastico.

Con il termine tessitura si intende però la realizzazione di manufatti di vario tipo: arazzi (di cui è nota la produzione dell'ospizio del S. Michele), tappeti ma anche ricami. Strumento essenziale del mestiere è il telaio, diverso a seconda del tessuto che si vuole ottenere. Generalmente, e semplificando, per l'esecuzione degli arazzi si usano i telai verticali, mentre per le stoffe destinate all'abbigliamento e all'arredamento quelli orizzontali. Numerosi manufatti si confezionano intrecciando, per mezzo di una spola, i fili paralleli - che costituiscono l'ordito - con un filo ad essi perpendicolare, detto trama. Per la realizzazione di tappeti, i fili (prevalentemente di lana, più raramente di seta) vengono invece annodati tra loro, con una media di 10-15 nodi per cm2. Maggiore è il numero di nodi, superiore la qualità del tappeto. Attualmente a Roma sono pochi i laboratori di tessitura; in alcuni di essi si pratica pure il restauro dei tappeti antichi.

La tecnica del ricamo, riconducibile a questo settore, consiste invece nell'eseguire, con l'ausilio di ago e filo, motivi ornamentali su un tessuto, consentendo la realizzazione di lavori di particolare finezza e notevole pregio. Si tratta però di un'attività artigianale destinata a scomparire in quanto richiede tempi di lavorazione lunghissimi e spesso non quantificabili economicamente.

Artigianato del cuoio e dei pellami. Dalla confezione di indumenti per ripararsi dal freddo alla legatoria dei libri, dalla realizzazione di cinte e borse fino alle selle e ai finimenti per i cavalli, la pelle animale è stata usata dall'uomo fin dai tempi più antichi. Le attività legate al pellame sono varie. Alcuni mestieri sono però oggi in via d'estinzione, come quello del sellaio di cui - da quando l'automobile ha sostituito il cavallo - è rimasta traccia solo in alcuni piccoli centri attorno a Roma.

L'artigianato del cuoio e dei pellami ebbe la sua massima diffusione nei secoli XV e XVI, quando le minuziose e raffinate tecniche di lavorazione sino ad allora applicate alla sola legatoria vennero impiegate anche per la realizzazione di oggetti personali quali cinte, borse, cofanetti ed altro. Le pelli più usate sono quelle di bue e di vacca in quanto, dure e pesanti, si prestano bene per la produzione di calzature e selle; molto diffuse sono anche quelle di vitello e di capra che, più morbide ed elastiche, vengono usate per la pelletteria elegante oppure, decorate con impressioni in oro zecchino, nel campo della legatoria. Renne e camosci sono usati prevalentemente nell'abbigliamento.

Espressione dello scarso rispetto dell'uomo nei confronti degli altri esseri viventi è l'impiego delle pelli di molti animali persino per scopi ornamentali. E' il caso della pelle di coccodrillo, pitone, lucertola o addirittura di quella di pescecane, che negli anni '20 e '30 di questo secolo, opportunamente trattata, era usata per rivestire mobili (zigrino).

Bucatori, aghi e fili, sgorbie, trincetti, fustelle, punteruoli, stampini sono alcuni degli strumenti utilizzati per la lavorazione del cuoio e delle pelli, un mestiere particolarmente dannoso per la salute di chi lo pratica a causa dei numerosi materiali nocivi impiegati, quali collanti e aniline colorate.

La lavorazione del giunco e del vimini. E' uno dei più antichi mestieri diffusi a Roma: dagli artigiani che intrecciavano il vimini - viminatores - avrebbe infatti preso il nome uno dei sette colli di Roma, il Viminale. Ancora oggi nelle strade e nei vicoli attorno a via dei Sediari lavorano numerosi impagliatori. Ma capita pure di incontrare in giro per la città, anche se sempre più raramente, anziani artigiani provenienti soprattutto dalla provincia, intenti ad intrecciare fili di paglia per la realizzazione di cesti o per restituire ad una vecchia sedia la sua funzione originaria. Oltre alla paglia delle campagne laziali, per la confezione di manufatti possono essere usati vimini e giunco, di provenienza orientale. Il giunco, che unisce le caratteristiche di flessibilità, leggerezza e robustezza, è spesso utilizzato per la costruzione di mobili.

Trompe l'oeil, ovvero la pittura illusoria. Un micio tigrato disteso sul piano di uno scaffale colmo di libri scruta sornione i passanti dall'interno di un negozio, uno stupendo viale alberato appare dietro le vetrine di un locale del centro... eppure gatto, libreria e alberi non sono altro che una finzione! Bisogna riconoscerlo, i trompe l'oeil a volte riescono veramente ad ingannare l'occhio. In fondo perché meravigliarsi? Già il loro nome dovrebbe mettere in guardia.

Fra tanti mestieri in via di estinzione questa tecnica di decorazione, usata per valorizzare mobili e oggetti ma anche come pittura murale, attraversa invece un periodo di vero e proprio boom; negli ultimi anni è infatti entrata prepotentemente a far parte dell'arredamento di abitazioni e negozi. Superando i limiti della realtà, permette di esaudire desideri altrimenti irrealizzabili: ad esempio quello di avere, in una casa in pieno centro, una finestra aperta su un tranquillo e silenzioso paesaggio campestre dal cielo sempre azzurro.

Hanno abilità manuale ma anche molta fantasia gli artigiani-artisti della decorazione, con le loro botteghe piene di campioni di travertini o graniti uniti da una sola caratteristica: quella di essere rigorosamente finti. Alcuni sono anche scenografi, abituati a cimentarsi con gli effetti speciali dei film, in grado quindi di realizzare "falsi" di ogni genere, greche o decorazioni floreali, stencil e grisaille, riproduzioni di opere classiche e moderne.

Storie di artigiani

In una città come Roma, dove la tradizione artigiana è consolidata da tempo immemorabile, sono numerose le famiglie in cui il mestiere si tramanda di generazione in generazione da oltre un secolo. Ovviamente sarebbe stato impossibile, per motivi di spazio e per le caratteristiche stesse di questo lavoro, citare molti casi. Ne abbiamo quindi scelti alcuni, sulla base delle nostre esperienze e conoscenze, anche se sappiamo che tanti altri, ugualmente significativi, avrebbero meritato di essere menzionati. Il nostro auspicio è che questo lavoro risvegli l'interesse di artigiani con cui ancora non siamo entrati in contatto, stimolando la segnalazione di nuove storie che avremo certamente modo di citare altrove.

La ricostruzione delle vicende è avvenuta attraverso le testimonianze dirette degli ultimi discendenti delle famiglie artigiane, ma in alcuni casi il ricordo si è dimostrato un po' confuso, soprattutto per ciò che riguarda le date ed i fatti più remoti. E' però impossibile verificare l'attendibilità delle notizie ricevute perché l'artigianato, in quanto storia quotidiana delle classi popolari, storia di "gente comune", non è composto solo dai dati reperibili nei testi scritti o nei documenti d'archivio; è anche tradizione tramandata oralmente, con molte imprecisioni ma certamente con un'inconfondibile vivacità.

Una circostanza, inaspettata, ci ha piacevolmente sorpreso: la nostra richiesta di raccontare storie familiari ha infatti fornito a certi artigiani il "pretesto" per andare a spulciare vecchi documenti e ricordi dimenticati, oppure persino per cercare riscontri archivistici alle tracce presenti nella propria memoria o in quella di più anziani parenti.

La ditta Lucenti, fonderia di campane

Intorno alla metà degli anni Ottanta Antonello Trombadori scriveva: "A Roma nun ze fanno più campane/ e la Ditta Lucenti in Borgo Pio/ cor vecchio tornio e quer che ciarimàne/ ar lavoro ja detto guasi addio". Da allora, nei dieci anni successivi, la crisi si è fatta sempre più pesante, tanto che alla fine la storica fonderia, l'unica specializzata a Roma nella fusione delle campane (in tutta Italia i "campanari" sono ormai meno di dieci!), schiacciata da difficoltà e problemi di vario tipo ha serrato i battenti dei suoi ultimi locali, situati in vicolo del Farinone presso il Passetto di Borgo. Il tardivo interesse istituzionale non è infatti riuscito a salvare l'officina, giunta agli onori della cronaca quando era già sull'orlo della chiusura, dopo quasi quattro secoli e mezzo di attività.

L'ingegner Camillo Lucenti, che ha trascorso circa cinquant'anni all'interno della fonderia, è sopravvissuto soltanto un brevissimo periodo dopo la fine di quel suo particolare mondo, quell'officina rimasta immutata negli anni, dove la fioca luce filtrata dal lucernario illuminava debolmente gli antichi strumenti da lavoro disposti intorno alla grande fornace. L'ultima campana, in questo angolo un po' fuori dal tempo, è stata fusa nel 1993.

Il figlio Francesco non ha però, a tutt'oggi, abbandonato il mestiere, specializzandosi in un'attività certo meno affascinante di quella dei suoi antenati ma sicuramente più in linea con i tempi, la riparazione degli impianti elettrici dei campanili, ormai quasi ovunque sostituiti alle storiche campane che, per secoli, hanno scandito la vita cittadina.

Qualche campana comunque la produce ancora, appoggiandosi ad un'officina che si trova alle porte della città. Ed è l'unico artigiano a Roma a proseguire la tradizione, dal momento che altre fonderie, tuttora in funzione, non sono specializzate in questo tipo di fabbricazione. Di recente, in seguito alla costruzione di nuove chiese in vista del giubileo, il lavoro di fusione ha avuto un nuovo periodo "di gloria", ma certamente effimero. Permane infatti un problema di non poco conto: le campane hanno un costo molto elevato, che porta le chiese a scegliere di investire il denaro che sarebbe necessario per l'acquisto di un esemplare medio (qualche milione di lire) in altre attività, magari nell'allestimento di un campo di calcetto! Per motivi economici quindi oggi vengono, al più, prodotte campane di piccole dimensioni.

La Pontificia Ditta Lucenti ha una lunghissima storia: la sua attività risale infatti al 1550, come risulta dalla data incisa sulla campana del convento dei Padri Cappuccini nella chiesa della Misericordia in via Veneto. Ha firmato, oltre a numerose campane del Centro Italia, anche oggetti in bronzo o metalli vari, statue, cancelli, e persino tombini. Pietro Romano, nel suo volumetto sulle campane di Roma, cita molte volte la famiglia, definendo i suoi membri "i fonditori di campane più attivi e più operosi nell'Urbe".

Fra i principali lavori della ditta si ricordano quelli di Ambrogio Lucenti, che nel 1627 ha fuso insieme ad alcuni soci le quattro colonne del baldacchino berniniano ed ha realizzato la campana vaticana chiamata della predica (ma popolarmente conosciuta come chiacchierina); rottasi nel 1891, fu rifatta nel 1893, ancora una volta dai Lucenti. Si legge in una cronaca dell'epoca: "Martedì scorso venne fusa la nuova campana nello stabilimento Lucenti in via dei Corridori in Borgo, in presenza di monsignor De Nekere economo della fabbrica di San Pietro. Per la fusione sono occorsi otto quintali e 50 chilogrammi di bronzo, ed è riuscito un bel lavoro, benché fatto in venti giorni. Ieri mattina alle 10 la campana fu benedetta, dal cardinale Ricci-Parracciani arciprete della basilica Vaticana. Indi dal sanpietrino Ercole Scalpellini e dal figlio del fonditore, Ernesto Lucenti, fu suonata con pochi rintocchi. Nel pomeriggio fu messa al posto e verso sera venne suonata a distesa per circa un quarto d'ora".

Nella seconda metà del Seicento fra i Lucenti si era invece distinto Girolamo, che fu anche un valido scultore. Lo si ricorda, tra l'altro, quale autore dell'angelo "che tiene li chiodi" situato su ponte S. Angelo. Nei primi decenni di questo secolo Eugenio Lucenti ha invece firmato la Campana di Dante Alighieri, che i Comuni italiani donarono alla città di Ravenna nel 1921, a seicento anni dalla morte del celebre poeta.

I procedimenti di fabbricazione delle campane sono rimasti pressoché invariati nel corso dei secoli, così come i tempi di realizzazione, che per un pezzo medio sono di circa un mese. La tecnica classica prevede l'utilizzo di tre forme di creta sagomate, legate tra loro: una interna, detta maschio, una esterna, la cappa e l'ultima, intermedia, chiamata falsa campana, che viene tolta al momento della fusione per lasciare spazio alla colata di bronzo, lega composta da rame e stagno. Il lavoro è complesso e delicato, e qualsiasi piccolo errore o minima imperfezione può portare alla formazione di crepe che, se non distruggono la campana, comunque ne alterano la "voce".

Insomma, ogni fusione è un'operazione ardua, una sorta di scommessa e di sfida dell'artigiano con se stesso. Nel 1785 - riferisce ancora Pietro Romano - fu proprio questa difficoltà a provocare una tragedia: Luigi Valadier, noto argentiere e fonditore di metalli, nonché padre del più celebre architetto Giuseppe, aveva infatti ricevuto l'incarico di rifondere una delle campane della basilica vaticana, che si era rotta. L'artista, pur se molto abile, non era però specializzato nel campo; nella città si iniziarono allora a diffondere pettegolezzi e una sequela di voci - certamente generate dall'invidia dei colleghi esclusi dall'ambìto lavoro - sulla presunta incapacità del Valadier di realizzare l'opera che gli era stata commissionata. L'artista, non sopportando la "campagna diffamatoria" e l'eventuale umiliazione, in un momento di particolare sconforto si gettò nel Tevere, dove morì annegato proprio quando il lavoro era praticamente ultimato. La campana, si seppe in seguito, era riuscita alla perfezione.

Orologiai per tradizione familiare

E' un curioso documento storico che risale agli anni Venti, una licenza del periodo fascista, a dimostrare che nel 1929 la bottega di orologiai intestata a Enrica Palombi veniva trasferita, da via Ventiquattro Maggio, in un locale a due passi dal Foro Traiano, dove si trova ancora oggi. L'autorizzazione consiste in una polizza del Prestito del Littorio coperta di bolli, firme e timbri vari, dal momento che chiunque volesse all'epoca intraprendere un'attività commerciale doveva versare una cauzione in denaro, i cui interessi finivano, automaticamente, nelle casse della Confederazione Nazionale Fascista dei Commercianti.

Enrica era la figlia secondogenita di quel Ludovico, che aveva iniziato la sua attività di orologiaio aprendo un laboratorio in via del Corso, di fronte al palazzo Doria; la signora proseguì il mestiere insieme a suo marito, Giuseppe Ezio Sogno finché nel 1952 il "testimone" passò al loro figlio, ancora un Ludovico, e quindi, dal 1976, al nipote Paolo che, pur avendo per un breve periodo tentato di rompere la tradizione familiare, ormai ultracentenaria, è stato poi nuovamente attratto dal fascino degli strumenti che regolano il tempo divenendo, come i suoi avi, un vero esperto nella riparazione dei meccanismi di pendoli e cipolle ma anche nel restauro di quegli orologi che, situati sulle torri campanarie delle chiese o dei palazzi comunali, da secoli scandiscono la vita quotidiana della città. Tra gli altri, ha effettuato i restauri del Collegio Romano, di Villa Giulia e della tenuta presidenziale di Castelporziano. Cresciuto in mezzo agli orologi, ricorda anche il restauro di Trinità de' Monti quando, ancora bambino, accompagnava suo padre al lavoro.

Nel "ticchettante" laboratorio, nascosto in un soppalco del piccolo ed elegante locale dove Paolo Sogno - pinzette in mano ed immancabile lente di ingrandimento nella cavità dell'occhio - compie le sue "magie", non mancano le meraviglie. Vi si trova infatti una piccola ma interessante collezione di antichi attrezzi del mestiere - morsetti, torni ed alcune fresatrici, usate per ricostruire le parti mancanti degli ingranaggi - ma anche alcuni rari e preziosi orologi del secolo scorso con doppio quadrante, ad indicare l'ora francese, il sistema che usiamo ancora oggi, e quella italiana, un complesso ed impreciso sistema in vigore a Roma fino al 1846 quando Pio IX adottò definitivamente il nuovo metodo - dopo un primo tentativo fallito nel 1798, durante la Repubblica Romana - già in uso in tutta Europa, che provocò nella città un disappunto molto diffuso, di cui il Belli si fece portavoce.

Il mestiere di orologiaio a Roma non dovette godere sempre di ottima fama, se consideriamo come opinione comune il giudizio espresso, alla fine del Cinquecento, da Thomaso Garzoni nella sua opera dedicata a "tutte le professioni del mondo": "Il vitio particolare di questi Maestri da horologij è questo, che per nettàre, ò forbir solamente un horologio dimandano dui, o tre ducati, quasi che non si sappia che cosa importi il nettargli di dentro, et che l'uomo non s'accorga, che non gli fanno altra fattura attorno se ben con molte ciancie, & parole dicono havergli aggiustati, racconcie le ruote, posta la mira a segno, accommodato il tempo, raddrizzato molti ferretti, levata la rugine, & in somma col tenergli in mano un mese, fanno sembiante d'havervi meschiato molt'opre dentro, & a pena gli hanno visti, restando appesi a un muro, o serrati in una cassetta come da loro si costuma".

Le vie artigiane

Il ricordo dei mestieri perduti

Negli ultimi decenni il centro storico di Roma ha cambiato volto, anche in seguito alla chiusura di numerose botteghe artigiane. Molte attività sono oggi totalmente scomparse, sopraffatte dallo sviluppo della produzione industriale mentre altre, drasticamente ridimensionate, hanno perso l'importanza che avevano nel passato. Il ricordo degli antichi mestieri rimane però nel nome conservato da alcune strade dei rioni storici della città. Basta prendere uno stradario o, meglio, fare una passeggiata per le suggestive stradine ed i vicoli della vecchia Roma, in particolare nella zona di Regola - un tempo importante centro di attività artigianali - ma anche di Parione, S. Eustachio e Ponte, per trovare le tracce di una toponomastica "vissuta", testimonianza di un periodo in cui vie e piazze assumevano un nome legato alle caratteristiche del luogo, alle famiglie che vi abitavano oppure ai mestieri che vi si svolgevano.

Le leggi di mercato e della concorrenza, ma anche l'attuale struttura urbanistica della città rendono oggi inconcepibile la riunione in un unico luogo di tutti coloro che praticano una stessa attività, concentrazione che invece si verificò per alcuni secoli, a partire dal Medioevo, quando i vari artigiani romani erano riuniti in Università e Confraternite. Le ragioni che avevano portato, all'epoca, al raggruppamento, erano varie: solidarietà di mestiere, difesa di interessi e privilegi, facilitazioni nei rifornimenti delle materie prime oppure soltanto, in taluni casi, il rispetto di un'imposizione delle autorità papali.

Nel tempo, la ridenominazione delle strade e le modificazioni urbanistiche hanno cancellato le tracce di numerosi mestieri facendo scomparire, tra gli altri, i toponimi dedicati ad acquaricciari (acquaioli), calderari (fabbricanti di caldaie ed oggetti vari in rame), cordari (fabbricanti di corde musicali), orefici (l'attuale via del Pellegrino), saponari, sugherari, che non menzioniamo nel nostro elenco ma di cui è facile reperire notizie consultando i numerosi testi editi sulle strade di Roma. Tralasciamo anche le vie dedicate più alla vendita delle merci che alla loro produzione (come largo dei Librari), oppure quelle che prendono il nome dai prodotti dell'artigianato anziché dai loro fabbricanti (ad esempio via delle Coppelle).

Un'ultima precisazione ci sembra necessaria. Molte attività, che pure sappiamo essere state particolarmente importanti e floride nella Roma dei secoli passati, non hanno mai avuto una "propria" strada. I silenzi della toponomastica non devono quindi trarre in inganno. Molto probabilmente alcuni mestieri non erano concentrati in un'unica zona della città, mentre altri sono ancora ricordati nella denominazione di antiche chiese, come S. Eligio dei Ferrari o S. Maria dei Calderari.

Balestrari (via dei), da piazza Campo de' Fiori a piazza della Quercia. Vi si trovavano un tempo le botteghe di fabbricanti e venditori di un'antica arma da guerra, la balestra, strettamente collegati ad un'altra attività, quella dei produttori di nervi di bue disseccati, (necessari per il funzionamento dell'arma), il cui deposito si trovava a metà della via Ostiense, in una località che venne chiamata Balistaria. Anche quando, cadute in disuso le balestre, nella via arrivarono i fabbricanti di archibugi, il nome della strada rimase immutato.

Barbieri (via dei), da largo Arenula a via del Monte della Farina. Prese il nome dall'Università che riuniva, oltre ai barbieri veri e propri, parrucchieri, profumieri, flebotomi e stufaroli, cioè i gestori di una sorta di bagni pubblici e saune ante litteram.

Baullari (via dei), da piazza S. Pantaleo a piazza Farnese. Sede dei fabbricanti di valigie e bauli, nel tempo venne anche chiamata via dei Valigiari, dei Ferravecchi e, più recentemente, via della Marna. Ad un certo punto nella via i valigiai furono sostituiti dagli ombrellai che però, a dar credito ad un sonetto del Belli, in una città in cui il tempo è spesso clemente, facevano ben pochi affari.

Botteghe oscure (via delle), tra via d'Aracoeli e via Florida. Nel Medioevo vi si trovavano modeste botteghe artigianali, in particolar modo di fabbricanti di corde e di coperte, scarsamente illuminate perché ricavate dai resti di antichi monumenti.

Canestrari (via dei), da piazza Navona a corso Rinascimento. Ancora oggi nella caratteristica via sono concentrati numerosi fabbricanti e venditori di oggetti in vimini: ceste, canestri, ma soprattutto mobili ed oggetti di arredamento.

Cappellari (via dei), da piazza Campo de' Fiori a via del Pellegrino. Pur se si sono perse le tracce degli antichi fabbricanti di cappelli, nella strada è tuttora forte la presenza artigiana. Le numerose botteghe di rigattieri e restauratori attive nella zona creano una sorta di oasi in cui è possibile rivivere la particolare atmosfera della città di un tempo.

Catinari (vicolo de'), da via degli Specchi a via dei Giubbonari. Era dedicato, come la vicina chiesa di S. Carlo, ai fabbricanti di catini e, più in generale, di stoviglie.

Cestari (via dei), da largo delle Stimmate a piazza della Minerva. Prende il nome dai fabbricanti e venditori di cesti e panieri.

Chiavari (largo e via dei), il largo, da via dei Chiavari a corso Vittorio Emanuele II; la via, da via dei Giubbonari a largo dei Chiavari. Vi si stabilirono, dopo aver abbandonato il precedente insediamento di via Agonale, i fabbricanti di chiavi e serrature, un mestiere che qualcuno nel Cinquecento definì dannoso: sembra infatti che alcuni "mastri chiavari" realizzassero chiavi "contraffatte" ed insegnassero a "far ladrocini". Rimasero nella strada fino agli inizi della prima guerra mondiale.

Chiodaroli (vicolo dei), da via dei Chiavari a via del Monte della Farina. Il nome ricorda le numerose botteghe di fabbricanti e venditori di chiodi, che in passato erano prodotti uno per uno manualmente.

Cimatori (vicolo dei), da via Giulia a corso Vittorio Emanuele II. La denominazione deriva dall'attività di finitura dei tessuti. I cimatori, per rendere uniforme il prodotto, tagliavano infatti i fili di lana che sporgevano al termine della tessitura.

Coronari (piazza e via dei), la piazza, da via di Panico a via dei Coronari; la via, da piazza di Tor Sanguigna a piazza dei Coronari. E' un tratto dell'antica Via Recta, uno dei primi e principali rettilinei che attraversavano la Roma pontificia. La denominazione ricorda i fabbricanti e venditori di corone, medaglie e oggetti sacri, ma vi si trovavano anche alcuni pellicciai. Oggi è una delle principali strade di arte e antichità di Roma ed ospita, due volte l'anno, l'ormai consueta Mostra dell'antiquariato.

Falegnami (via e vicolo dei), la via, da via Arenula a piazza Mattei; il vicolo, da via dei Falegnami al vicolo di S. Elena. Prendono il nome dagli artigiani che lavorano il legno, le cui botteghe erano un tempo numerose nella zona.

Funari (via dei), da piazza Campitelli a piazza Mattei. La via, il cui nome deriva dai torcitori di corde - che vi si erano trasferiti dalla precedente sede in via di Tor de' Specchi e ai quali è ancora dedicata l'antichissima chiesa di S. Caterina - comprendeva un tempo anche l'attuale via M. Caetani.

Giubbonari (via dei), da piazza Campo de' Fiori a piazza Benedetto Cairoli. Con i suoi numerosi negozi di abbigliamento, mantiene in qualche modo le tracce del passato, quando vi si trovavano le botteghe di gipponari (tessitori di corpetti), repezzori (rammendatori) e stramazzatori (mercanti di seta greggia).

Leutari (via dei), da corso Vittorio Emanuele II a piazza Pasquino. La strada odierna ricorda quella limitrofa, scomparsa per l'apertura del corso Vittorio Emanuele II, che costeggiava il Palazzo della Cancelleria ed era dedicata ai fabbricanti e venditori di liuti.

Ombrellari (via degli), da Borgo Pio a piazza A. Capponi. Fu sede di numerosi fabbricanti e venditori di ombrelli che, sembra, vi si stabilirono più per obbligo che per scelta, confinati in una zona allora periferica a causa del cattivo odore emanato dalla tela verniciata ed incerata, a quei tempi usata al posto della seta nella fabbricazione degli ombrelli.

Pettinari (via dei), da piazza Trinità dei Pellegrini a piazza S. Vincenzo Pallotti. Il toponimo ha creato una discordanza di interpretazione fra vari autori, dal momento che pettinari erano un tempo definiti sia i pettinatori o cardatori di lana, dalle cui botteghe uscivano i tessuti chiamati, appunto, "pettinati di lana", sia i fabbricanti e venditori di pettini.

Pianellari (via dei), da piazza di S. Apollinare a v. dei Portoghesi. Vi si trovavano le botteghe di lavoranti e venditori di pianelle e ciabatte.

Sediari (via dei), da via del Teatro Valle al largo della Sapienza; la via originaria venne però assorbita dall'attuale corso Rinascimento. I fabbricanti e venditori di sedie - ancora oggi nella via se ne trovano alcuni - furono particolarmente numerosi a Roma come nel resto del Lazio tanto da dare il nome, in passato, a più di una strada.

Staderari (via degli), da piazza S. Eustachio a corso Rinascimento. E' oggi situata fra il Palazzo del Senato (già Palazzo Carpegna) e la Sapienza, mentre l'antica strada venne distrutta dall'ampliamento di Palazzo Madama. Il toponimo ricorda i fabbricanti e venditori di quel particolare tipo di bilancia chiamato appunto stadera.

Vascellari (via e vicolo dei), la via, da lungotevere Ripa a via dei Genovesi; il vicolo, da via dei Vascellari a via Pietro Peretti. Sono dedicati alle botteghe di vasai e fabbricanti di boccali ed oggetti in coccio.

Attualità e prospettive dell'artigianato romano

Ancora oggi, nella città del terziario e dei servizi, l'artigianato rappresenta un settore molto importante per l'economia: nel 1994 sul territorio comunale erano attive ben 45.000 imprese artigiane con 100.000 operatori.

Queste cifre tendono però costantemente ad assottigliarsi, per la continua chiusura di numerose aziende e per la profonda crisi in cui versano molte altre. A parte i laboratori che nel tempo hanno cessato l'attività perché vi si praticavano mestieri ormai fuori dal tempo (ferracocchi, chiodaroli o altri), i motivi della diminuzione sono da attribuirsi all'assorbimento di gran parte del lavoro artigianale nell'industria, all'immissione sul mercato di prodotti provenienti da paesi in cui la manodopera costa pochissimo e, fattore non meno importante, alla spesso sproporzionata ed indiscriminata pressione fiscale e alla mancanza di norme atte a tutelare e salvaguardare gli operatori più deboli.

Mentre gli artigiani che abbiamo definito di "servizio" (falegnami, elettricisti, idraulici, meccanici) e quelli legati all'industria (tornitori, fresatori o altri) riescono a stare al passo con i tempi, che ne sarà di coloro - la maggioranza - che non reggono la competitività della produzione in serie?

Da più parti ci si interroga sul significato del lavoro manuale nell'era dell'elettronica. L'ingegnosità dell'artigiano, viene spesso sottolineato, non sarà mai sostituita da alcuna macchina; quel "tocco particolare" che l'uomo trasmette alla sua produzione non potrà in nessun caso essere realizzato industrialmente. Ma è proprio la creatività di questo processo che allunga i tempi di realizzazione e aumenta i costi del prodotto artigianale, tanto da renderlo ormai "bene di lusso". L'artigianato made in Taiwan, immessosi prepotentemente sul mercato, di certo non produce pezzi unici di elevato valore artistico, ma di sicuro è più accessibile economicamente.

L'immagine comune dell'artigiano è quella dell'uomo solitario chiuso nel proprio laboratorio, sempre alle prese con i suoi preziosi ferri del mestiere e... con problemi di tasse, sfratti e via dicendo. Ma ben poco è stato fatto per rompere quella mancanza di comunicazione tra la bottega e il mondo esterno, che provoca talvolta anche l'assenza di uno spirito associativo e di solidarietà tra gli artigiani e che fa sì che taluni non conoscano neppure le normative e i provvedimenti che mirano a tutelare questo importante patrimonio storico-artistico.

Negli ultimi anni la giunta comunale ha approvato alcune delibere che, sia pur timidamente, cercano di affrontare il problema degli artigiani e della loro graduale espulsione dal centro storico. Gli impegni presi dall'amministrazione capitolina sono numerosi. Tra gli altri, la compilazione di un albo che comprenda le botteghe con più di sessanta anni di attività e quelle considerate a rischio di estinzione, misure per bloccare gli sfratti, divieti di cambio di destinazione d'uso per fermare l'espansione delle jeanserie, individuazione di aree dismesse da trasformare in poli di produzione artigianale.

Intanto, mentre slitta nel tempo l'attuazione di questi provvedimenti, avanza però la speculazione delle grandi immobiliari e delle catene di distribuzione: il centro storico assume quindi sempre più le caratteristiche di "salotto" riservato a pochi eletti, in cui gli artigiani diventano, al più, fenomeno folcloristico e di attrazione turistica. "Il cuore stesso della città, che nei secoli fu vivace e ricco di operosità popolare, dovrebbe presto ridursi ad un dormitorio di lusso, fra uffici la sera deserti, grandi magazzini e qualche museo": così l'ex sindaco Ugo Vetere prospettava alcuni anni fa il futuro della città. Malgrado le intenzioni dichiarate dagli attuali amministratori, il processo va ancora avanti.

I giovani si accostano sempre meno all'artigianato: il miraggio di un "posto fisso" in grado di fornire una "sicurezza economica" tiene lontane le nuove generazioni dalle botteghe. Non bastano le iniziative sporadiche, pur apprezzabili, di qualche volenteroso insegnante (come l'interessante progetto-pilota realizzato dalla prof.ssa Rita Laganà nella Scuola Media D. Manin) per far conoscere ai giovani le arti applicate: solo con la creazione di nuove scuole pubbliche di formazione professionale, in grado di preparare personale qualificato, si potrà pensare di ottenere qualche risultato.

A Roma operano attualmente tre Istituti statali d'arte. Nel primo si insegnano l'arte dei metalli e dell'oreficeria, quella della ceramica, del tessuto, della stampa, del legno. Il secondo si trova in via del Frantoio, dove all'interno della sezione di arredo sacro si tengono lezioni di metalli, oreficeria, decorazione pittorica, arredamento e architettura. L'ultimo, di recente istituzione, è in via dei Decemviri: vi si svolgono corsi di fotografia, stampa, grafica, arredamento e architettura. Poche altre sono le strutture pubbliche alle quali i giovani possono accedere: è da segnalare la scuola per Arti Ornamentali in via S. Giacomo, struttura antica e prestigiosa ma in perenne ristrutturazione.

Non c'è dubbio: serve un maggiore impegno per l'artigianato, un settore che deve continuare a vivere. La mano dell'uomo sarà sempre necessaria per alcune produzioni, nessun computer potrà mai sostituirla totalmente!

Elenco delle corporazioni dal Medioevo all'Ottocento

Riportiamo l'elenco delle Università di arti e mestieri dal Medioevo all'Ottocento secondo il loro secolo di origine. Il moltiplicarsi delle corporazioni, dal Cinquecento al Settecento, si spiega con il distacco di alcuni gruppi dalle arti più complesse, che portò alla formazione di sodalizi sempre più specifici. I dati - su cui esistono alcune discordanze fra differenti autori - sono stati ripresi dal testo di G. Morelli citato nella bibliografia.

Secolo XIII: albergatori; calzolai; fornai; medici; merciai, muratori.

Secolo XIV: agricoltori; barcaroli; cambiatori di monete; falegnami; ferrari; orefici e sellari; lanari (padroni); macellari; osti; pittori.

Secolo XV: barbieri; barilari; fabbri-ferrari; facocchi; mulattieri; orefici e argentieri (maestri); pecorari; scalpellini; sellari; speziali; vaccinari.

Secolo XVI: acquaroli; albergatori e vetturali; banderari; battiloro; calzettari (padroni); calzolai (lavoranti e garzoni); candelottari; carrozzieri; chiavari (giovani); cocchieri; coltellinari; commercianti; credenzieri; cuochi e pasticcieri; fornaciari; fruttaroli; lanari (garzoni e lavoranti); librai; linaroli; canepari e funari; materassari (maestri) e rigattieri; materassari (lavoranti); molinari (padroni); mondezzari; musici; notai capitolini; ortolani (padroni); osti (garzoni); osti di Borgo; pescatori; pescivendoli; pizzicaroli (padroni); pollaroli; pozzolanari; sarti (maestri); sarti (lavoranti); scrivani; sensali di Ripa e di Ripetta; spadari; stampatori (proprietari); tessitori; vascellari; vignaroli.

Secolo XVII: acquavitari e tabaccari; arrotini; barbieri (lavoranti); bettolieri; calzettari (lavoranti); cappellari (fabbricanti e venditori); cappellari (lavoranti); caprettari; carbonari; carrettieri e loro garzoni; carrettieri di Borgo e di Trastevere; cordari; falegnami (lavoranti); (padroni); ferravecchi; maniscalchi (padroni); mercanti fondacali; molinari (garzoni); morsari; norcini; orefici e argentieri (giovani); ortolani (garzoni); pellicciari; rigattieri; saponari e oliari; scaricatori di barche; scarpinelli; spadari (giovani); tintori; vermicellari, (lavoranti e garzoni).

Secolo XVIII: archibugieri; artebianche orzaroli e nevaroli; artegrossa; calderari; chiavari; chiodaroli; coronari; cottiatori; droghieri; ferracocchi (giovani); fornaciari del vetro; guantari; maniscalchi (giovani); marinai; mercanti e fabbricanti di corde armoniche; mercanti di vino, detti magazzinieri; ottonari; parrucchieri; pizzicaroli (giovani); sediari; setaroli; stagnari; stampatori (lavoranti); vermicellari (padroni); veterinari; vetturini.

Secolo XIX: commercianti di vino; periti patentati e negozianti di mobilio; scalpellini (lavoranti).

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